sabato 17 ottobre 2009

THE MAID (La Bonne) - Film

Premio del migliore film straniero al Festival Sundance 2009.

E devo dire meritatissimo. Ci sono andata con un po’ di scetticismo pensando di andare a vedere una cosa super impegnata che ti fa venire la bolla al naso dopo dieci minuti: film cileno, in lingua spagnola, sottotitolato in francese, très chic ma che sonno. Invece assolutamente no. Un piccolo cameo. La storia di Raquel, una ragazza che fa la cameriera nonchè tata in una casa e la cui vita è completamente dedicata alla famiglia per la quale lavora. Solo che ad un certo punto questo rapporto cosi esclusivo la fa entrare in un tale stato di possesso che le cose degenerano al punto che quando le offrono di assumere un’altra cameriera per aiutarla nei lavori, lei fa di tutto per farla fuggire e i rapporti con la famiglia cominciano ad inasprirsi. Questo fino all’arrivo di Lucy, l’ennesima assunta che le deve resistere, ma Lucy è diversa. Non vi dico altro, perchè non ve lo voglio guastare. Merita davvero. Un film di una durezza incredibile e allo stesso tempo con delle punte di umanità straordinaria. Un film che fa riflettere sulla vita di queste donne che vengono sradicate dalla loro famiglia e che dedicano tutta la loro vita ad una famiglia che le adotta e che loro adottano, ma che resta non la loro. Voto 8.

7 ANIME – G. Muccino

http://www.youtube.com/watch?v=gFTK1bAhBz8


Bocciato. Strano detto da me vero? Beh ecco in breve la trama. Un uomo, Will Smith, in un incidente stradale uccide sette persone e la sua redenzione consisterà nel cambiare la vita di altre sette. Se siete depressi non guardatelo, perchè vi aumenterà la depressione. Se siete di ottimo umore non guardatelo perchè diventerete depressi. Buonismo a gogo, sentimentalismo a fiumi, una vera americanata direi, il fatto è che non fa neppure piangere, rimani a bocca aperta perchè non credi a quello che vedi. Strano che io sia cosi radicale vero? Pero’ non mi è piaciuto proprio per niente, del tutto improbabile tra l’altro, non lascia niente. Neanche Autumn in New York era riuscito a fare peggio... Insomma voto 5. Eppure ha incassato un sacco di soldi in America pare. Boh. Sconsigliato.

lunedì 12 ottobre 2009

Il gioiello olistico

Di solito quando intervistano i comici e chiedono loro da dove traggono ispirazione, la risposta è: dalla realtà, dalle cose che capitano tutti i giorni. Mostriamo scetticismo a questa dichiarazione, ma basterebbe fare un pochino più di attenzione o semplicemente osservare cosa accade nella mia vita per rendersi conto che in effetti si tratta di una sacrosanta verità.
Lunedi ricevo una mail dalla mia amica Gabriella che mi invita a vedere una mostra di gioielli organizzata da una sua conoscente. Decisamente interessante, quindi coinvolgo anche Roberta nell’evento che tra le altre cose è un’esperta sull’argomento della massima levatura, insieme abbiamo cercato di farci stimare e comprare un diamante da ottantaquattro carati di proprietà del sultano del Top Capi a Istambul, ma chissà come mai non ce lo hanno neanche fatto provare...
Come al solito approssimativa e superficiale, non apro il link allegato che spiega l’evento e mi reco all’appuntamento ignara e impreparata. Gabri mi racconta che ci sarà una parte introduttiva in cui verranno spiegati i benefici dei gioielli. Ma perchè qualcuno mi deve anche spiegare perché procura gioia indossare un monile? Sfoggiare un solitario o esporre un collier? Cosa diceva Marilyn? Diamonds are a girl best friends e noi ci fidiamo di lei, mica devo convincermene, sono già straconvinta. L’esposizione si svolge in un centro yoga ed entrando mi tocca togliere le scarpe, scendere dal tacco otto e appollaiarmi su un cuscino zen. Comincio a comprendere. L’oratrice spiega che il corpo è fatto di onde, non siamo materia, siamo antimateria. O santiddio, ma dove sono finita? Ora mi farà levitare nella sala come una pagnotta? Poi tenta l’approccio scientifico: sapete perchè quando schiacciate l’interruttore la luce si accende? Beh tecnicamente io no, pero’ Edison lo sa, se lo chiami te lo spiega, no? Ecco cosi come accettate di non sapere perché si accende la luce (ma non è che lo accetto è che c’è una spiegazione scientifica dietro, mica un evento paranormale!) accettate anche l’esistenza delle onde che il vostro corpo propaga e che si diffondono intorno a voi. Roberta mi guarda è sghignazza e io mi trattengo ma la lacrima da riso mi scende sulla guancia.
Poi spiega che è il gioiello che ci sceglie, non siamo noi a scegliere lui. Su questo non c’è dubbio, ora le chiedo se puo’ chiamare il mio fidanzato e tutti i fidanzati del mondo e spiegarlo anche a loro che sarebbe un’azione decisamente utile per l’umanità femminile e risolverebbe un sacco di situazioni conflittuali.
Abbiamo anche il momento test. Testiamo come il gioiello fa convergere la nostra energia nel nostra ciakra (eh? Cosa è un ciakra? Ha del cioccolato sopra? E’ di sfoglia? Piccante? Ripieno? Si puccia nel caffè?) e rafforza l’equilibrio.
“Scegliamo una persona a caso nella sala. Si tu, la ragazza con i capelli lunghi che sta sorridendo”, in realtà sono io e sto sghignazzando con Roberta, ah miseria ladra, ma allora sono io, accidenti! Ora rido già di meno. Mi alzo e mi dirigo al centro, con l’entusiasmo di un leghista in viaggio per Siracusa. Mi fa scegliere un gioiello e mi fa portare il cellulare, conduttore di energia negativa e destabilizzante e poi davanti a tutti testa il mio equilibrio con e senza il monile.
Piedi uniti, senza niente in mano, mi tira per un braccio ed io mi inclino sollevando il braccio opposto al lato verso il quale mi tira. “Vedi? Vedi questo è il tuo equilibrio naturale.” Prendo il cellulare che tengo con la mano opposta a quella con la quale mi tira verso un lato e lo appoggio sul cuore. Rifa l’esercizio e ovviamente a momenti cado. “Visto? Visto? Il cellulare emana onde negative che minano la tua stabilità.” Beh certo cara, gran visir della meditazione, visto che non posso alzare il braccio per controbilanciare! È scientifico non è l’energia. Non vi racconto neanche di Roberta che ci guarda allibita e di Gabriella che con la scusa di una telefonata è uscita in cortile e mi ha abbandonato con la Santona. Terzo test. Indosso l’anello e tengo il cellulare. Lei mi tira di nuovo ma stavolta stranamente non mi muovo di un centimetro. In effetti la cosa al momento mi lascia incredula, ma sono certa che documentandomi trovero’ una spiegazione. L’anello mi ha scelto. Il mio ciakra è salvo. Lo devo comprare quindi! Torno al mio posto. Certo non è niente male avere un’autorizzazione scientifica allo shopping. Devo capire se funziona anche con una borsa di Dior.... mi sento che solo a scriverlo mi si è allineato il ciakra.
Finito l’esperimento l'Ispirata chiede delle testimonianze. Una signora dichiara che domenica mattina si è svegliata ed era sotto tono, che ha indossato il suo ciondolo e improvvisamente si è sentita piena di energia. No, dico, non è che in mezzo ci è passata la colazione e un caffé fatto come l’Italia comanda? Vabbè. Lascio perdere.
Sessione di presentazione finita, possiamo finalmente andare a sceglierci i gioielli. Mi viene subito in mente che posso prendere qualcosa per fare un regalo alle mie amiche, solo che se il gioiello deve sceglierle come diavolo si fa se lo scelgo io? No, non si puo’ regalare, semplice.
Chiedo indicazioni con un filo di ironia nella voce e l’esperta mi dice che non c’è problema, che testerà me e sentirà se il regalo prescelto va bene per la destinataria. Osmosi pura. Sono sempre più curiosa.
Scelgo un’amica, scelgo una cosa e poi gliela sottopongo. La scena che si presenta ad un visitatore esterno è la seguente: la meditatrice/venditrice zen ed io, una di fronte all’altra con in mezzo uno sgabello, sui cui è posato il bijoux, la mia mano destra che lo tocca, la mia mano sinistra appoggiata sul cuore. Lei con una mano tocca la mia che tocca il bijoux e con l’altra regge un pendolino come quello di Mosca. Roberta cammina con aria indifferente intorno a noi facendo finta di contare i nodi nel parquet. Io che invece di pensare all’amica a cui devo fare il regalo per trasmettere il flusso di onde, penso a voi, al blog e a cosa scrivervi appena torno a casa. Gabriella, la donna più PR del mondo, sta al telefono con un giornalista di TF1, tiene in attesa il suo ventesimo corteggiatore ed intanto negozia l’acquisto di un foulard sulla terza linea.
La ragazza chiude gli occhi, io con un occhio chiuso guardo lei, con l’altro guardo Roberta, medita un attimo, comincia a far muovere il pendolino che oscilla circolarmente (Foucault si sta rigirando nella tomba nello stesso istante per il ribrezzo) e dichiara: tu vuoi molto bene a questa amica. No guarda a me di solito le amiche mi stanno un po’ sui maroni. Certo che è proprio veggente. Profetica. Sento, sento, che.... che questo regalo le piacerà. No, ora ditemi quante probabilità c’erano che mi avrebbe detto che il regalo che avevo scelto per una persona che conosco da dieci anni, le avrebbe fatto schifo! Mancasse altro!
Insomma l’accendiamo e procedo all’acquisto rassicurata dal fatto di sapere che ho una vaga idea del gusto delle persone a cui voglio bene e che conosco da una vita... Insomma l’evento volge al termine. Con il nostro acquisto sotto il braccio usciamo in strada, un quartiere, osservato ora con un po’ più di calma, in cui ha del miracoloso riuscire ad arrivare non scippate fino alla metropolitana, magari potremmo andare via a cavallo di un tappeto volante, tanto il flusso energetico di cui è fatto il nostro corpo non pesa!

TAGLIA E CUCI – M. Satrapi

Un libro, anzi no, un fumetto. Un gruppo di donne iraniane che si incontrano per un thè nel più tranquillo dei pomeriggi e in pochi minuti caustiche, distruggono con grande umorismo e leggerezza le loro vite matrimoniali raccontandosi allucinanti eventi che le hanno caratterizzate o quelli di altre amiche. Strettamente legate ad una cultura maschilista gretta e meschina che ancora vive nel loro paese e a consuetudini cosi lontane da quelle occidentali, per loro spesso il matrimonio è una fuga per diventare poi un nuovo carcere. Ironico, sfacciato, talvolta un po’ volgare, divertente, amaro e doloroso. Originalissimo, sicuramente leggero’ anche il suo primo libro, Persepolis, da cui è stato tratto anche un film. Voto 8.

KILL BILL 1 e 2 – Quentin Tarantino

Kill Bill 1


Kill Bill 2


Sangue a fiumi, come in tutti i fumetti che si rispettino. Grandi combattimenti, spade cosi affilate da poter tagliare il marmo. Un buono, anzi una buona, Uma Thurman, magnifica, che si deve vendicare e un sacco di cattivi, ma cattivi sul serio. I cattivi sono anche bellissimi spesso: una Lucy Liu cosi spietata da tagliare la testa ad un associato solo per aver osato contraddirla. Una Daryl Hanna senza un occhio, piratessa assassina che uccide con un Black Mamba, il serpente più velenoso del mondo. Un David Carradine cosi odioso da farci venire il dubbio che in fondo un po’ di bontà ci sia.... ma il dubbio sarà spazzato via? Ho fatto la rima, ma è casuale, non fateci caso. Il primo film molto più combattimenti e molto più Giappone e Samurai, il secondo più lento, più carattere dei personaggi, più vecchio West. Colonne sonore capolavoro, nel secondo addirittura un pezzo di Sergio Leone perchè le scene lo richiedono a gran voce. Tarantino aveva previsto che si trattasse di un solo film, ma il progetto assunse dimensioni tali che la casa di produzione decise di dividerlo in due parti che non si somigliano ma che si completano. Se una sera non volete pensare a nient’altro ve li consiglio vivamente. Voto: Kill Bill 1 7 ½ e Kill Bill 2 7.


domenica 4 ottobre 2009

Odissea, ovvero la 10 chilometri

Nella vita della gente capita che ci sia la prima Dieci Chilometri. Ecco, nella mia questo é successo stamattina e inspiegabilmente sono ancora viva per raccontarlo.
Mi alleno da meno di un anno, correndo un paio di volte alla settimana con l’entusiasmo della tartaruga Franklin: la bella tartaruga che cosa mangerà? Chi lo sa, chi lo sa? La tartaruga un tempo fu, un animale che correva a testa in giù, come un siluro filava via, che ti sembrava un treno sulla ferrovia. Ve la ricordate? Era di Lauzi e vi assicuro che non é una battuta, so che la mia cultura musicale vi lascia sempre senza parole, comunque poi la tartaruga si schianta contro ad un muro, ecco da dove viene tutta la mia prudenza.
Prima domanda: ma come diavolo mi viene in mente di partecipare ad una gara che si chiama Odissea? Il nome di per sè dovrebbe scoraggiare gli arditi, ma no, una buona dose di autolesionismo mi stimola alla sfida. Ma perché dico io? Ma non posso andare a mangiare un gelato come tutti gli altri? No, perché a Parigi il gelato fa schifo. Sfogliare le margherite al parco domandando Piove domani o Piove martedi? Come se ci fosse qualche dubbio sulla risposta: piove tutti e due i giorni, evidente domanda trabocchetto. E perché no, andare alla ricerca di un museo chiuso per sciopero? Questo no, perché l’incarico terminerebbe dopo pochi istanti data la proverbiale propensione del francese allo sciopero. Quindi si va a correre punto e basta. Alza il sedere da quel divano e vai a consumare le calorie in eccesso che si accumulano in modo evidente sul tuo corpo. Anche perchè la vera ragione della corsa è decisamente più motivante: la raccolta di fondi per la ricerca contro il cancro al seno. Quindi non ci sono scuse che tengano. Metti le nike e fuori dal letto.
Questa settimana sono andata un paio di volte ad allenarmi affrontando i dieci chilometri, proprio per non dover ricorrere alla croce rossa dopo i primi tre durante la manifestazione e mi rendo conto che la mia velocità é pari a quella di Nonna Abelarda mentre guarda una vetrina, certo che correre dovendo aspettare che il semaforo diventi verde non é proprio il massimo, ma almeno queste brevi e sporadiche soste mi lasciano il tempo di abbassare le pulsazioni da 234 a 205.
Insomma quando la sveglia suona alle sette io sono già con l’occhio pallato da almeno mezz’ora, agitata come una bertuccia in gabbia. Ma sei scema? Ma guarda che non è che devi arrivare prima, devi solo arrivare in fondo in modo dignitoso, ti agiti per cosa? Non lo so, lo spirito d’avventura, l’affrontare una cosa nuova e poi é bello essere agitati dai: passami la bottiglia dei fiori di Bach che mi faccio un cicchetto prima di partire, ma non é che mi fanno il test antidoping magari e mi squalificano? Vai vah...
(Star di TF1, il presentatore del TG!)
Insomma alle otto e trenta sono al punto di raduno con alcune colleghe e sia ringraziato il cielo scopro che non correro’ da sola, Veronique, Brigitte e Agnès correranno con me. Alle nove facciamo quindici minuti di riscaldamento con la musica prodotta da un gruppo di ragazze che suonano strumenti a percussione con un ritmo decisamente stimolante. Dopo cinque minuti sono già stanca e sento che questo sforzo gratuito mi toglierà le energie per affrontare l’ultimo chilometro. Quindi mi muovo ma senza troppa convizione, un po’ come fare ginnastica in playback, stacco appena i
piedi dal suolo, muovo le braccia come Cecchetto, ma i piedi rimangono saldi al suolo, minimizzazione dello spreco energetico, un po’ come la Marini che si esibisce al Bagaglino.
Ho anche un microchip nella scarpa che segnalerà il mio tempo, mi sento superprofessionale con questo aggeggio tecnologico, ma soprattutto per la prima volta, sapro’ quanto diavolo ci metto per coprire la distanza visto che quando lo faccio da sola non sono sicura nè dello spazio nè del tempo, il cardiofrequenzimetro la maggior parte delle volte mi dice che il mio cuore non ha battito, praticamente una salma in movimento, sono morta e non lo so. Certo che un controller che non é sicuro dei numeri suscita qualche perplessità, lo ammetto.
Ore nove e trenta, si parte. Siamo più di cinquemila e noi di certo non siamo tra le prime. Dopo i primi cinquecento metri, sono attonita e incredula ma.... MI SCAPPA LA PIPI’. Ma noooooo! Ma non bevo da una settimana come in India per non avere stimoli, ma come é possibile? Come faccio a fare i restanti nove chilometri e mezzo? Ho un’idea: posso sudare tanto, mettermi a piangere, soffiare il naso e favorire l’uscita di liquidi da altre parti, sono astuta come una faina, ora mi sforzo, ma non troppo perché se no me la faccio addosso.
Al chilometro due perdiamo Brigitte e Agnès che sono un pochino più lente mentre Veronique ed io procediamo allo stesso ritmo. Veronique comincia a parlarmi, dice che il buon ritmo di corsa si misura da questo, devi poter fare conversazione. Ora, detto a me che normalmente bisogna spararmi per farmi star zitta, parrebbe ridondante, ma in questa occasione mi sento molto meno portata allo scambio vocale del solito. Quindi mi limito a brevi risposte, tipo oui, non, clairment, pas vraiment, mais c’est sure, con il timore che una parola di troppo mi liberi la vescique.
Al chilometro tre, mi entra un pezzettino di legno nella scarpa da tennis, che si piazza sul dorso del piede destro, proprio sotto la caviglia, incastrato nella calza e trattenuto dalla stringa che ad ogni passo mi si conficca nella carne, ma non ci si puo’ fermare, chi si ferma é perduto. Quindi stoica procedo, all’arrivo avro’ le stigmate per questo mio sacrificio doloroso.
Chilometro cinque, c’é un area di ristoro, ma no! Non l’autogrill, pero’ si distribuiscono acqua, frutta secca e biscottini. Ancora adesso mi chiedo cosa mi abbia trattenuto dall’avvicinarmi, forse la folla di cavallette impazzite che ho visto gettarsi sulle prugne secche (ma cosa succede come conseguenza fra dieci minuti? Turche a go go nascoste nel bosco? É per ridurre il numero dei concorrenti?) o i simpatici burloni che si sono lanciati bicchieri d’acqua addosso pensando si trattasse di una gara di gavettoni o il bambino prodigio sorpreso a sbocconcellare la galletta al cioccolato e poi a rimetterla dentro al piattino mescolando per nascondere il misfatto... Insomma, come il bacio del crocifisso in processione diffondeva la peste a Milano, cosi l’accalappiamento della cacahuète diffonde la Grippe Porcine a Vincennes, stasera tutti a casa infetti e da domani caccia all’untore.
Al chilometro sei, dal mio mp3, fedele compagno di mille avventure, parte una canzone che dice: “I need a miracle”, lo so, é un segno del cielo, anche lassù sanno che sto per stramazzare al suolo, tra l’altro sempre con riferimento al concetto di numero, sono quasi certa che questa tappa non sia di mille metri, mi sembra che la distanza tra il sesto e il settimo sia almeno di duemilacinquecento, potrei scommetterci. Lo fanno apposta, mettono delle tappe diseguali, per confonderti, per farti ritirare, infami. Ma noi non si cede. The show must go on.
Chilometro otto, perdo Veronique, che correndo a bordo strada costeggiando il parco, viene catturata da un nuvola di polvere sollevata da quelli che sono davanti a lei. Io sono a favore dell’asfalto, anche se so che cio’ avrà delle conseguenze irreparabili sulla mia schiena quando saro’ in casa di cura fra qualche anno e la dieci chilometri la faro’ con la gamba di legno a cavallo di una carrozzella.
Chilometro nove. Qualcuno afferma che stamattina prima di partire io abbia dichiarato: dall’ottavo chilometro tiro come una pazza? Ma siete proprio sicuri che l’abbia detto io? No, perché guarda che non c’ero mi sa, stavo guardando lo stand di Dior (giuro che c’era lo stand di Dior e non dite che sono andata per quello perché non lo sapevo e poi non avevano neanche una borsetta o un foulard). Ma no, ho detto che all’ottavo tiravo a campare, non avete capito. Insomma al nono ho le visioni, vedo i sette nani: Rotolo, Tombolo, Strangolo, Soffoco, Rantolo, Rincorrilo e Ricoveralo. Mi appare anche Bolt, travestito da detersivo forse con esplicito riferimento allo stato della mia chicchissima maglietta rosa Odissea ormai fucsia di sudore, mi sembra che il traguardo si allontani invece di avvicinarsi, ho anche visto la striscia della mezzeria sulla quale corro per non perdere l’orientamento stortarsi a onda, fare un fiocco e andare su e giù tipo parabola per allungare la strada. Ne sono certa. Devo smetterla con i biscotti al burro per colazione, sono allucinogeni.
1 ora 6 minuti 2 secondi, tempo di arrivo. Una vera chiavica. Presto scopriro’ la mia posizione in classifica, mi basta essere tra i primi tremila, minima pretesa. La graduatoria nelle prossime comunicazioni.
Ci ritroviamo tutte al punto di partenza soddisfatte e sorridenti, un veloce giro di shopping allo stand dell’organizzazione (le vere professioniste del portafoglio si vedono in questi momenti), tanto più che tutto quello che spenderemo andrà in beneficienza, quale migliore giustificazione? E dopo un giro di tartine siamo pronte per tornare a casa. Ovviamente di corsa..... come? Non é vero? Miscredenti. Eh? Mi spunta il biglietto del metro dalla tasca? Chi? Eh? Scusa mi suona il telefono e poi avevo il vibracall e non ho sentito, si il cane mi ha mangiato il compito.... clic.

Les Indispensables de La Dispensa di Miranda Martino

Apro il mese di ottobre presentandovi Les Indispensables de La Dispensa. Anna. Ed io, Miranda. Siamo la prima linea, le front women, il biglietto da visita della Dispensa. Dopo aver letto i nostri profili capirete quindi perché il resto dei soci è in analisi.Ed eccole qua, Madame Parasol e Madame Poubelle. Mme Parasol: la figlioccia di Yul Brinner, la soldato Jane della Bricca, insomma la femme rasée. È l’addetta al montaggio e al posizionamento dell’ombrellone nel dehor. Ombrellone che, aperto, è grande come la piazzetta di Capri ed è anche tecnologicamente avanzato, si apre e si chiude a manovella. Madame Parasol c’est moi. E, devo confessare, a me l’ombrellone fa paura. Nonostante la base di 15 kg che dovrebbe farlo aderire al suolo come una calamita su un frigo, appena soffia un alito di brezza di mare il nostro oscilla come una canna al vento. E cade anche! Ha quasi ucciso il cactus del vicino dehor (e per fortuna non ha fatto vittime umane). E una volta la bricca, e una volta il parasol, il mio destino è “domatrice di oggetti imbizzarriti”. L’altra metà di questo cielo nizzardo è Madame Poubelle. Ha diverse caratteristiche che potrebbero farvi ricordare di lei: labbra rosse, occhiali che sembrano nati con lei tanto le stanno bene ma, soprattutto, una massa di ricci rossi. Infiammati e vivaci come i suoi pensieri. Provate ad immaginarci insieme: la liscia e la gassata. Mme Poubelle è l’addetta allo smistamento immondizia, compito che svolge con grazia ed eleganza, gettando quotidianamente sacchi di “spazza” rigorosamente abbinati agli abiti che indossa, tenuti in mano come se fossero borsette di Vuitton. Le nostre due signore si occupano anche della gestione generale della Dispensa e del rapporto con i clienti. Ecco. Forse avrò già avuto modo di scrivervi che entrambe parliamo un francese quantomeno pittoresco. Io l’ho studiato e mai praticato, ho una pronuncia che fa venire non già la pelle d’oca, le smagliature! E, malheureusement, confondo le poche parole che conosco. Un esempio eclatante: ad un signore che mi chiedeva se un piatto del menù era caldo o freddo ho detto che poteva scegliere ,ma io consigliavo di scaldarlo. Scaldare si dice “chauffrer” io invece ho detto “si vous voulez on peut le chausser” che suona tipo “se lo desidera, signore, il suo bollito lo possiamo indossare” o meglio, calzare. “Chausser” infatti, pare che significhi indossare una scarpa o qualcosa del genere. Il mio cliente ha detto “oui”. Poi avrà raccontato agli amici che alla Dispensa hanno un ottimo bollito, merito di una tecnica innovativa: lo massaggiano con le dita dei piedi prima di servirlo. Anna invece non ha mai studiato francese dunque, fa un po’ quello che facciamo tutti noi apprendisti di una nuova lingua: traduce letteralmente dall’italiano, con risultati esilaranti. Anche in questo caso, un esempio. La nostra chiedeva “la penna per scrivere il numero”, la pen pour marquer le numero”. Penna si dice “stilo”. La pen, letto così come lo vedete in francese suona come un’altra parola “lapin”, coniglio. E dunque “hai un coniglio per segnare il numero?” . Vi confesso che anche io vi scrivo con lapin dal treno, è un casino tenerlo fermo! Insomma questa lingua d’oil ci crea qualche problema, parliamo meglio la lingua dei sott’oil. E anche il nostro italiano ne risente. Vi lascio pertanto con questo gioiello. In un momento di entusiasta conversazione sui nostri prodotti abbiamo detto “potremmo usare le nostre cipolline boreali”. Questa non ve la spiego, so che la capirete. Vi invito solo a venire a provarle le nostre cipolline. Se vi concentrate e siete fortunati potreste vedere il raggio verde.

IL PICCOLO PRINCIPE – A. De Saint Exupéry

Letto, riletto, straletto, praticamente ogni tre o quattro anni lo riprendo, lo rileggo e ogni volta riesce ad emozionarmi perché scopro qualcosa che non avevo mai notato prima, stavolta l’ho letto in francese: é dolce e scorrevole. Capitolo XVII. Il piccolo principe al serpente: “Ma dove sono gli uomini? Si è un po’ soli nel deserto...”, “Si é soli anche tra gli uomini...” disse il serpente.
E ancora, Capitolo XXI, il mio preferito, l’incontro con la volpe: “Addio” disse la volpe, “Ecco qua il mio segreto. E’ molto semplice: vediamo bene le cose solo con il cuore. L’essenziale é invisibile agli occhi. E’ il tempo che hai speso con la tua rosa che la rende importante. Sei responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Sei responsabile della tua rosa”.
Insomma come non innamorarsi di un piccolo principe che ama i tramonti e che un giorno in cui si sente particolarmente triste riesce a vederne addirittura quarantaquattro? Un principe che pretende sempre una risposta alle sue domande ma che non sempre risponde a quello che gli viene chiesto? Un principe che incontra un re che regna sul niente, un contabile che pensa di possedere le stelle perché le ha contate (e vi giuro che non sono io!) e un vanitoso “Ma il vanitoso non lo ascolto’, i vanitosi non ascoltano niente altro che le lodi...”. Voto 10. Penso che sia una delle 100 cose da salvare della terra.

domenica 27 settembre 2009

CRACK, come è saltato il sistema finanziario - Charles Morris di Andrea Negro

Cronaca strutturata di come la scuola di Chicago e la FED (con in testa Greenspan) abbiano dato vita ad un sistema basato su castelli di carta, con una serie infita di personaggi compiacenti e banchieri irresponsabili. Un po' tecnico, specie nella descrizioni di come funzionano i titolo derivati e gli hedge found, ma sorprendente, in particolare per chi è sempre stato abituato a lavorare nell'economia reale.
Al di là dei tecnicismi, 3 riflessioni; quanto sia pericolosa le deriva della cultura modenra, basata sul successo ad ogni costo, che alimente avidità ed ingordigia (quasi) come fossero le qualità di menti superiori. Quanto possa essere devastante la totale deregulation nei liberi mercati (profitti privati e pubbliche perdite). Quanto sia fondamentale per il futuro che il sistema politico abbia una lungimiranza e un coraggio che possa andare oltre la ricerca maniacale del consenso. Da non leggere la sera, se troppo stanchi

IO SONO DIO - Giorgio Faletti di Andrea Negro

Una donna detective, che vive solo del suo lavoro e un reporter dalla discussa reputazione sono i 2 soli personaggi in grado di smascherare un serial killer che fa esplodere interi palazzi a NY, senza una logica apparente, senza una rivendicazione.
Dopo un inizio mediamente lento, il libro prende un buon ritmo e la vicenda è sicuramente originale, per la sua trama. Forse un po' troppo frammentato il passaggio tra diversi filoni della storia, tra un capitolo e l'altro. Finale originale e di diffiicle intuizione per buona parte del libro.
Comunque non all'altezza del 1° libro, che secondo me è il migliore.

ATTENTI ALLE ROSE – Pino Roveredo

"Sergio mio, l'amore è come la montagna più grande del mondo, che bisogna scalare ogni giorno, scalino dopo scalino, emozione dopo emozione, usando sempre la precauzione di non raggiungere mai la vetta perché quando conquisti la cima, devi poi sopportare il versante noioso della discesa..."
"...non feci altro che pensare e ripensare all'ipotesi della montagna, quella che mi ero illuso di aver conquistato senza il soldo della fatica, frequentando l'uso delle scorciatoie e la leggerezza del sentimento e incassando il prestigio della cima senza averla mai conquistata.
L'amore è una montagna, la più grande del mondo, dove si sale, si scende, si scivola, si cade... e forse, ma perché no, ha anche la bontà di farsi riconquistare."

Questo è uno dei passi di questo libro che ho preferito. Parto dal voto: 9. Difficilmente mi capita di leggere qualcosa di cosi ben scritto, capace di dare cosi tante emozioni e di farti provare quello che il protagonista sta provando. Sergio un giorno viene lasciato dalla moglie Gianna, dopo anni e anni di indifferenza lei si è stancata ed ha preso la grande decisione. Lui piomba nella disperazione più profonda perché solo in quel momento si accorge di quanto lei sia importante per lui, ma senza capire davvero cosa ha sbagliato. Mentre narra di questo tormento inserisce ricordi di antichi personaggi che riaffiorano alla sua mente. Riuscirà a capire quale è stato il suo errore? Riuscirà ad autodistruggersi visto il suo cammino inarrestabile verso il fondo più fondo che riesce a toccare? E riconquisterà Gianna? Capolavoro. Leggetelo a meno che non siate appena stati lasciati.

giovedì 24 settembre 2009

La telefonata

Pronto? .... Non riesco a crederci, sei tu per davvero? Come hai fatto a trovarmi? Ma è possibile chiamare? Non lo sapevo, beh in effetti ripensandoci non mi sembra neanche cosi strano.
Certo che mi fa davvero impressione, pero’ sono molto felice.
Si, sto benissimo grazie. Vivo a Parigi. Ah già certo che lo sai, certe informazioni girano in fretta anche dalle tue parti suppongo...
Mah, diciamo che l’inizio non é stato facile per niente. Anzi, è stato proprio uno schifo, te ne sei andato via cosi velocemente che non ho avuto il tempo di realizzare quello che stava succedendo, accadeva e basta, senza che potessi fare niente, con quell’orrendo senso di impotenza di fronte all’ineluttabilità degli eventi. Questa é forse l’unica cosa che ho imparato in cinque minuti: sai che credo nell’infinita capacità dell’uomo di governare e indirizzare la propria vita, ma mi sono dovuta rassegnare al fatto che certe volte è la vita che governa te, non c’è scelta.
Tu stai bene? Sono contenta. Senti un po’. Ma te la ricordi quella volta che abbiamo dipinto tutta via Piranesi di azzurro? Si, si, la radio a manetta e tu che cantavi quella penosa canzone di Grignani che non voglio neanche citare...si, si, Ti rasero’ l’aiuola, certo che c’é di che vantarsi guarda! Beh io cantavo Onde di Alex Baroni, quindi forse é meglio che stia zitta...
Teli di plastica dappertutto e il dormire sul materasso appoggiato al tappeto della sala con il Gino che impazzito andava avanti e indietro attraverso la portina basculante nel cuore della notte? Quante botte gli avrei dato. E quando hai fatto cadere il secchio del bianco in bagno? Ahahah! Si, si é verissimo, adesso fingi di non ricordarti ma ti sei distratto un attimo e oplà, sembravi un fantasma coperto da capo a piedi!
Ma cosa dici? Io un fantasma in montagna? Beh certo mi chiedi di accompagnarti almeno una volta e la prima uscita che faccio mi fai scammellare per otto ore con 1200 metri di dislivello, vedi tu. Ti volevo strangolare con le bretelle dello zaino guarda, ringrazia che non ho avuto la forza di tirarlo via visto che sono morta sulla porta del rifugio per rinascere di fronte alla zuppa di Luciano. Certo che quanto russavate tutti quanti.... si é vero, mi ricordo che siamo scesi a dormire in cucina con il cane di quel tipo strano per non sentirli e nel cuore della notte si é alzato Ieio per andare in bagno cantando Iannacci in dialetto: Ho visto un re! Quanto ridere che ho fatto! Già veramente. E poi tutti quei mirtilli, ti sei salvato solo grazie a quelli guarda, se no non ti avrei più rivolto la parola accidenti a te, che fatica, miseria ladra.
No, non sono più andata a sciare. Eh lo so, ma non mi diverto come prima. Quindi sono andata una volta sola e poi più. Ma si, ora vedo, magari quest’inverno... No, nessuna delle girls scia. Si, si qualche altro amico che scia ce l’ho, pero’ boh, non mi é mai venuta la voglia, forse non sono ispirata... Li sciate? Ah si, un casino? Bene che bello! Dai che magari allora quest’inverno faccio un Ventina da cima a fondo senza fermarmi come ai bei vecchi tempi, che ne dici? Beh certo, poi il Bombardino, se no che senso ha la gran faticata? Siamo sempre i soliti: bere, mangiare e... ridere!
Come? Devi andare? Ti chiamano? Ok va bene. Ma mi potrai chiamare ancora? Come? Ah ho capito. Va bene, a presto spero allora.
Si, ok. Ti abbraccio forte forte. Ciao papà.

domenica 20 settembre 2009

LE COACH – Il film

http://www.youtube.com/watch?v=u4yK2UjCphs

Film francese, che vi auguro esca anche in Italia perché è davvero carino e con una tematica del tutto contemporanea direi: un coach, anzi il coach, il migliore (nel trailer noterete che viene assunto per assistere la Manaudou ai campionati europei!) assoldato in una multinazionale per affiancarsi ad un ingegnere, ritenuto erroneamente il nipote del presidente, bravissimo ma troppo gentile e trasformarlo in un vero squalo, il tutto senza che il coachato sia al corrente, bell’impresa eh? Inutile dire che il coach nonostante la perfezione e la sua invincibilità apparenti qualche problemino ce l’ha: perde 200 mila euro a poker, la moglie lo lascia e chiaramente non ha nessuno a cui chiedere aiuto. I due personaggi diventano amici e sarà possibile che ognuno di loro trasferisca all’altro la sua parte migliore? Chi sarà il vero coach e qui l’alunno? A voi scoprirlo! Gentile ed educato. Voto 7.

BRUEGEL, MEMLING, VAN EYCK, collection Brukenthal – MUSEE JACQUEMART-ANDRE

Lo so, lo so, ammetto che sono donna dai facili entusiasmi pero’ quando vedo qualcosa che mi entusiasma più del solito lo capite subito vero? Ecco siamo in uno di questi casi. Decido con Roberta di andare a vedere questa mostra di cui si sta parlando molto, trattandosi di una collezione privata messa generosamente a disposizione. 1600, tematiche differenti: i paesaggi, non più come sfondo ma come protagonisti dell’opera, capolavoro del Brughel il giovane che si intitola Paysage à la trappe aux oiseaux, del 1631, veramente meraviglioso; le nature morte, fino a quel momento il quadro aveva valore se ne aveva la cosa rappresentata e la natura non era considerata come patrimonio di certo, poi ad un certo punto nasce una corrente che ne rivendica il valore, Roberta sostiene che una delle domande del Trivial Pursuit è: chi fu l’iniziatore delle nature morte? Pare Caravaggio, ma questa informazione va verificata grazie a fonti più autorevoli ovviamente! La chicca su questo tema è Joris Van Son con Nature Morte d’apparat avec colonne, 1662 con magnifiche tonalità di rosso. La pittura religiosa, Tiziano, con l’Ecce Homo, bello, ma a questo punto devo dare ragione a Roberta bisogna completare la visione: al museo e non nella mostra vediamo l’Ecce Homo del Mantegna, commovente lo sguardo del Cristo. Che si fa? Si mettono in competizione un Mantegna e un Tiziano? Ma non scherziamo, vah! Andiamo avanti. I ritratti, vi cito solo l’Homme au chaperon bleu, del Van Eyck, in tutti i libri d’arte, una cura del dettaglio che lo fa sembrare più simile ad una fotografia che ad una pittura, che in realtà è la caratteristica principale dell’opera del ‘600. Per quanto riguarda il Museo vi dico che è bellissima la struttura, un hotel particulier abitato da questa coppia dedita all’arte... si insomma ve la racconto tutta: lei sposa lui per interesse (i tempi non cambiano le abitudini!! Eheheh) e siccome lui è ricco, già se no perché lo avrebbe sposato, lei si dedica al suo hobby: la collezione di opere! Complimenti, a trovarne! C’é da dire che pero’ le viene decisamente bene essendo donna dotata di gran gusto, evidente anche dall’arrendamento della casa che da immediatamente una sensazione di accoglienza e di calore. Soffitti affrescati dal Tiepolo, scusa eh? Pitture del Bellini, dell’Uccello, del Canaletto, Il ponte del Rialto et La piazza San Marco. Ci sono anche i francesi ma quelli ve li cercate da soli, scusate sono un po’ campanilista! Un’ultima nota, la famiglia possiede anche un Rembrandt; I pellegrini di Emmaus, famoso perché rappresenta quattro figure ma quando siete davanti al quadro ne vedete solo tre grazie al maestoso gioco di chiaroscuri e siccome non potevamo andarcene senza aver visto la quarta ci siamo avvicinate cosi tanto e da tutte le direzioni che abbiamo fatto scattare l’antifurto! Che gine! Per chiudere non puo’ mancare il coté godereccio, il museo è noto anche per la sua sala da brunch, che è uno dei locali di ricevimento della casa, tra affreschi, arazzi e quadri rinascimentali degusterete uno dei migliori di Parigi, che abbiamo testato per voi chiaramente! Voto collettivo: 10 a tutto!

LA SOAVISSIMA DISCORDIA DELL’AMORE – S. Bertola.

Ma dove è la Bertola che conosco io? Non in questo libro. Caruccio, ma deludente rispetto agli altri. Una sottile amarezza scorre tra le pagine. Troppi personaggi, quindi impossibile ricordarsi di chi ha fatto cosa, di chi sta con chi e di chi lavora dove e pensa come. Insomma, 4 ragazze che vivono strambe storie. Agnese, tornata dalla Cina perché il marito ha deciso di lasciarla per sposare due sorelle cinesi, Margherita, innamorata persa di un musicista che la chiama una volta ogni quattro mesi, Teresa, che deve sposarsi con Arturo pur non amandolo e il bello é che neppure lui ama lei ma non hanno il coraggio di infrangere i sogni in bianco delle due coppie di genitori, Emilia che é sposata con un medico senza frontiere che in Africa ha una nuova famiglia ma non vuole lasciare la vecchia! Insomma non continuo neanche a raccontarvi cosa succede perché mi sono annoiata a leggerlo figuriamoci a scriverlo. Leggete la Bertola ma questo lasciatelo perdere, piuttosto cominciate da A neve ferma, davvero carino, Biscotti e sospetti divertente e ironico, Aspirapolvere di stelle e per chiudere Ne parliamo a cena. C’é anche Se mi lasci fa male, ma se siete appena stata lasciate, lasciatelo anche perdere, dice troppe verità e vi farebbe piangere o ridere sulle cose che avete fatto e che state per fare!! Voto 5, del recensito non degli altri!

mercoledì 16 settembre 2009

I LOVE RADIO ROCK (GOOD MORNING ENGLAND) – Il film


Mi sa che in questo periodo sono particolarmente fortunata, perché ogni cosa che vado a vedere mi piace moltissimo. Oppure sono troppo accomodante, pero’ questo me lo direte voi. Puo’ essere anche che scelgo bene no? Eh eh!
Per quanto riguarda questo film inglese, direi che i miei amici sono stati li li per assassinarmi alla settima dichiarazione di quanto mi fosse piaciuto. Pero’ sono miei amici e in quanto tali abituati alle mie manifestazioni eccessive di entusiasmo, quindi mi hanno solo guardato con benevolenza e affetto misto a compatimento... Grazie amici miei.
Il film racconta di una radio pirata inglese, Radio Rock appunto, che ha la sua sede in una nave, che tras
ette 24 ore su 24 il meglio del rock dell’epoca grazie ai suoi indimenticabili dj, ognuno con qualche passone musicale particolare e con vicende personali che verranno raccontate con ironia e battute caustiche. Il governo decide di fare scomparire ma loro tentano di resistere nonostante tutto.
Punto 1) colonna sonora memorabile, il meglio del rock degli anni’60. Janis Joplin, Cat Stevens e molti altri ancora, quindi prima cosa fatta, acquisto del relativo cd. Punto 2) Seimour Hoffman, che interpreta il Conte, uno dei Dj di punta della radio, grandioso nel suo personaggio. Punto 3) i costumi, fateci caso, abiti degli anni ’60 cosi colorati, eccessivi, kitck, da aver voglia di trovarli in un negozio e indossarli domani. Voto 8. ps. Chi ricosce nel RE, il compagno di stanza sfigato di Hugh Grant in Notthing Hill, qui trasformato in un sex symbol?

INGLOURIOUS BASTARDS – Il film

http://www.dailymotion.com/video/x8dbn1_inglorious-basterds-trailer-vostfr_shortfilms

Capolavoro di Tarantino. Assolutamente nello stile che conosciamo: sangue, ironia e fumetto. La storia è orginale. Un gruppo di ebrei proveniente da ogni dove che costituiscono una squadra punitiva contro i soldati nazisti in azioni particolarmente rischiose. Niente dettagli sui personaggi, li lascio scoprire a voi, vi dico solo che Brad Pitt, il capo della famigerata squadra, Aldo Raine, detto l’Apache, perché prende lo scalpo alle sue vittime, che è davvero un professionista fuori dal ruolo del bellone strappacuori. Due ore e mezza di film, ve lo dico subito, ma vi assicuro anche che volano via senza che ve ne accorgiate. Rimarchevole presenza di Christoph Waltz, che ha vinto il premio d’interpretazione maschile e che interpreta il Cacciatore di Ebrei. Voto 9. Un film che consiglio a tutti, salvo a chi non tollera la violenza sebbene paradossale.

UN PROPHETE – Il film


Chapeau al film francese, come sempre in grado di descrive temi scottanti e profondi con realismo e senza censure. Questa volta si tratta del sistema carcerario francese, ovvero come vedere entrare in carcere un ragazzetto di diciannove anni spaventato e incerto e come vederlo uscire dopo sei trasformato in un astuto, spietato, violento criminale professionista. Attori sconosciuti e bravissimi. Il film pare abbia sconvolto Cannes, violenza inaudita, ma non mi riferisco al sangue, sebbene alcune scene in effetti siano particolamente dure, ma a quella psicologica, al fatto di sapere che non c’è via di scampo, che non c’è riscatto, che non c’è altro modo di uscirne che essere peggio degli altri. E quando il crimine ti permette di fare tutto quello che mai nella vita hai potuto fare prima diventa impensabile prendere una decisione diversa. Quando esci hai lo stomaco aggrovigliato. Gli animi sensibili non ci vadano. Per tutti gli altri da non perdere. Voto 8,5.

mercoledì 9 settembre 2009

PIU’ BELLA DI COSI – M.D.Raineri

Leggero, meravigliosamente leggero. La protagonista é una ragazza decisamente grassa, innamorata di un attore secondario di telenovela, con un lavoro noioso da un commercialista dispotico, lasciata dal fidanzato per un uomo... cosa altro le puo’ accadere di peggio? Scoprire improvvisamente che ha una sorella frutto di una serata di follia dei genitori. Che questa sorella pesa al massimo quaranta chili e ha quaranta tipi di disturbi alimentari e soprattutto che per alcuni mesi andrà a vivere con lei mentre fa provini in televisione portandosi dietro un simpatico fidanzato che guarda caso.... Beh mica vi posso raccontare tutto no? Leggetelo! Voto 6,5.

GIORNO DA CANI – A. Gimenez-Bartlett

In molti mi avevano parlato di questa autrice e dei suoi polizieschi e quindi come non cedere al fascino di un'ispettore donna? Impossibile, soprattutto perché quando si comincia a leggere, la simpatia della sua protagonista Petra Delicado, ma soprattutto del suo collaboratore Fermin rende i personaggi irrestibili ed ironici. Originale il contesto, goliardica e sfacciata lei, innamorato e ingenuo lui e per finire il morto, che sebbene non brilli per onestà e rigore suscita comunque un senso di pietà. E il cane più brutto del mondo dove lo mettiamo? E la libraia? E l’istruttrice di cani? Direi che non si puo’ non leggerlo, bisogna sapere come va a finire e vi terrà attaccati fino all’ultima pagina. Voto 8, senza dubbio ne leggero’ altro.

domenica 30 agosto 2009

L’India senza ridere

Fino ad oggi abbiamo riso sull’India e sulle cose che mi sono successe e che ho vissuto, perché lo sappiamo, fa parte del rito e del gioco, ma c’é anche una parte di questa meravigliosa esperienza che voglio condividere con voi e che tanto ridere non fa. Quindici giorni non cambiano la vita, ma a volte fanno cambiare il tuo pensiero, il tuo modo di vedere le cose perché sei li immerso in quella realtà, vivi la loro vita, non vivi la tua o almeno ci provi ed é normale che la tua prospettiva sia diversa, perché é diverso il punto di partenza. E allora provo a raccontarvi l’India attraverso gli occhi dei miei ragazzi.
Penso a Ranjini, che con il suo viso affilato e triste ci chiede come potrebbe ingrassare qualche chilo perché le donne come lei in India non sono troppo apprezzate, che lei ci ha provato a mettere su qualche chilo, ma non ci riesce proprio. Che le diciamo? Che Florence ed io siamo in perenne lotta con la bilancia? Che da dove veniamo noi una modella anoressica é il sogno di ogni ragazzina e pure di qualcuna che tanto ragazzina più non é? Oppure ascolto Jenith Eshuan e il suo sogno di studiare a Cambridge. Lui ha 17 anni e ha dovuto sospendere il college per un po’ perché la sua famiglia ha avuto problemi economici, pero’ quest’autunno ricomincia cosi riesce a rimettersi in pari. Parla un inglese che mi ci vuole un traduttore turco per capirlo eppure la sua curiosità di sapere é evidente, cosa é la crisi economica? E perché le banche sono fallite? Mi spieghi come funziona la borsa? Accidenti, domandine cosi, da risposta davanti ad un tchai... Mi dice che vuole fare l’ingegnere e che un giorno verrà in Italia, perché é una città piena di storia e vuole vedere il Colosseo. E poi c’é Kasturi, che ha 29 anni, la più grande della classe, la più timida, la più silenziosa, eppure é lei l’unica donna tra i primi tre del gruppo al momento dell’esame. Kasturi ha un problema serio, alla sua età non ha un fidanzato e tanto meno un marito, quindi sarà destinata a restare in casa ad occuparsi della famiglia, difficilmente qualcuno la chiederà in sposa. Come glielo dico che non ce l’ho nemmeno io? Certo che se é un problema per lei a 29 a me mi buttano al fiume? Non riesco a farla ridere, lei sai che per me é diverso (lo sarà davvero?). Comunque mi abbraccia e mi da un bacio e mi vengono le lacrime agli occhi, perché in India non si usa baciare le persone e quel gesto difficilmente potro’ dimenticarlo.
Mohamed, pare abbia un nonno francese, eredità del colonialismo. Vuole la cittadinanza francese e arriva con un pacco di documenti alto come un bambino di due anni. Mamma mia, come lo aiutiamo? A momenti non capiamo neppure noi cosa vogliono ed é scritto in francese, figurarsi lui. Lo accompagnamo al consolato. La prova di forza delle persone in divisa: far impazzire chi in divisa non é. Il militare tronfio ci fa fare due code diverse ovviamente inutili, per poi dirci che dobbiamo rivolgerci ad un altro ufficio. Ora ti spezzo un ginocchio imbecille. Alla fine l’unica cosa che riusciamo ad ottenere é un indirizzo di posta elettronica a cui inoltrare le domande ed un sito internet che abbiamo già controllato ed é inutile. Mohamed ha uno zio in Francia, che dovrebbe garantire per lui, che dovrebbe ospitarlo, che dovrebbe aiutarlo a integrarsi. Lo zio non risponde al telefono....
Rathakrisnan. Il più bravo della classe 18/20 il suo punteggio all’esame. Una timidezza imbarazzante. Sa tutto ma non ha neppure il coraggio di alzare la mano per rispondere, scrive sul suo quadernetto in modo ordinatissimo oppure lavora al computer preparando alla perfezione quello che chiediamo. I Dalit oltre agli altri problemi hanno anche questo. Non hanno autostima, la storia ha insegnato loro che sono intoccabili, gli ultimi tra ultimi. Nessun diritto, nessuna richiesta, nessun riconoscimento. Molti dei corsi hanno come obiettivo di sviluppare la fiducia in se stessi. Hai detto niente. Il teatro é uno dei mezzi. Tirare fuori quello che hai dentro, senza vergogna, un’impresa titanica. E noi come li aiutiamo? Impieghiamo un paio di ore a spiegare quanto sia importante sostenere il proprio punto di vista sul lavoro e nella vita, dire quello che si pensa. Cominciare dicendo a noi, che non hanno capito quello che spieghiamo se é il caso e chiederci di ripetere. Ci guardiamo Flo ed io e ci sentiamo Don Chisciotte contro i mulini a vento, una barca di carta in una tempesta. Cos’é arriviamo noi e pensiamo di cambiare il mondo? Beata ingenuità. In ogni caso dal giorno dopo qualche voce ogni tanto si alza timida: Madame, no understand. Almeno é un inizio.
Eppure nonostante tutto, quello che ho vissuto é gioioso e ricco. C’é lo spettacolo teatrale svoltosi per strada, tutti seduti per terra, a cantare, suonare e recitare, decine di bambini che ridono di cuore e fanno a gara per farsi fotografare cantando l’inno indiano. Per la gente del villaggio noi bianche in sahari, per giunta, siamo un evento e si affrettano fuori dalle porte mentre passiamo per poterci dire la sola parola di inglese che conoscono e stringerci la mano. La nonna di un ragazzo ci abbraccia forte e ci dice: “Memory, don’t forget us” dopo che abbiamo mangiato a casa sua piatti preparati apposta per noi, non troppo piccanti.
E poi le ragazze che ci accompagnano a comprare il sahari, esperte come Vogue India su colori e tessuti e che spenderanno poi 25 minuti netti per abbigliarci con le pieghe al posto giusto, orgogliose del risultato e felici che abbia fatto scomparire la frangia che proprio in India di moda non é!
E la cerimonia di consegna dei diplomi, dove sia noi che loro siamo invitati a dire qualche parola sulle due settimane appena trascorse. E allora che Murugan, un altro campione di timidezza, tira fuori un foglietto sgualcito su cui ha scritto in inglese un lungo discorso maccheronico che conservero’ tra le mie cose. E noi siamo commosse di brutto. Florence tira su con il naso ed io nascondo il mio, di naso, dentro alla tazza del the, per non far vedere che ho i lucciconi agli occhi. E poi festa! E hanno un regaletto per noi. Florence due dei inguardabili che riposano seduti su un fiore di loto ed io un’ode all’insegnante scelta personalmente da Jenith iscritta su una placca di vetro! E risate e chiacchere e tante foto e ci prendono per mano, per un ultimo giro in strada.
Oggi sono qui, a Parigi. Penso che quei quindici giorni siano una goccia nell’universo e penso a come poter aggiungere altre gocce. E’ vero. Ognuno ritorna alla propria vita, ma sono sicura io, di non essere più la stessa. Per fortuna.





PS. per rispetto e discrezione, ho scelto di non mettere le foto che si riferiscono ai ragazzi di cui parlo. Sapete che sono nella mia classe, questo é sufficiente. So che capirete.

lunedì 24 agosto 2009

Nadia e Florence dopo 15 giorni

6) Il tuc tuc, più noto come Riscio’. Non un mezzo di traporto, ma una minaccia. E’ un’ape car cabriolet gialla, l’antenato del taxi milanese suppongo. Vi ispira un casino vero detto cosi? Ecco prima di lasciarvi trascinare dall’entusiasmo vi domando cortesemente di salirci sopra e di attraversare Mission Street all’ora di punta. Salta un pedone, punta due biciclette, scarta una vespa, sfiora una moto, il tutto su una corsia che non é di certo la sua. Ma questo non ha importanza la regola é stare dove ci sono 50 cm di asfalto liberi. La retromarcia é manuale, nel senso che scende e sposta il mezzo a mano, cambio a leva di fianco al piede, clacson rappresentato da una tromba da stadio perché deve compensare la dimensione del mezzo con il rumore. Numero di incidenti rischiati in 500 metri almeno 7, mesi di vita persi 3, capelli bianchi comparsi sul capo almeno 15. Da provare.
7) Il Kafar. Definito più propriamente “scarafaggio”. Dopo la prima apparizione in bagno e la sua fuga con sberleffo, l’impudente decide di ripresentarsi quattro giorni dopo, un afoso mattino di agosto, di fianco al mio barattolino di Nivea, senza alleati, dilettante. Quando sto per afferrarlo, il barattolo, non lui, percepisco un’ombra nera e mentre mi domando, ombra rispetto a cosa, lui decide di muoversi. AAAAAAHHHH! Stavolta pero’ sono pronta, la scarpa giace dietro la porta, lasciata li appositamente con l’intenzione di uccidere, l’afferro e sgnac! Spiacente. Ritenta, la prossima vita sarai più fortunato.
8) Il disinfettante per le mani. Penso che la quantità di questo prodotto usata da me e Florence durante i quindici giorni sia pari solo a quella delle puntate di ER, tutto il dottor House, Grey’s Anatomy, qualche scena del dottor Kildare, 7 episodi di Quincy e 22 episodi di Nip and Tuc. Ogni cosa che abbiamo mangiato, rigorosamente con le mani, sapeva di peperoncino e di disinfettante gusto rosa. Una nuova accoppiata. Ad ogni pasto, furtivamente estraiamo la bottiglietta, una versata, una strofinata e via un tuffo delle dita nel riso. Se dovessimo star male, non pensate che si tratti del cibo, si tratta della sostanza chimica disinfettante, ne siamo sicure.
9) Il caldo. Premetto che dopo due anni di vita a Parigi io amo il caldo, anelo la canicola, desidero l’insolazione. Credo pero’ di avere sottovalutato la temperatura di Pondicherry: 42° di giorno con un’escursione termica di 9° che riduce la temperatura notturna a 33°, il che é molto lontano dal rendere necessario un paio di calzini. Alle 4 del pomeriggio abbiamo regolarmente un calo di pressione, geografie di sudore si disegnano sulle nostre magliette e sui pantaloni chiaramente lunghi per ragioni di conformità culturale con il paese ospitante, il ventilatore a pale pare emettere aria da phon, sto meditando di mettere dei bigodini per sfruttare l’evento quando Florence si accascia sulla tastiera ed io mi accascio su una sedia fino all’arrivo del Tchai, il the nero di cui abbiamo già parlato, a temperatura ustione. La dose di zucchero e latte ci permette di tirare le 7, ora in cui usciamo in strada e affrontiamo il traffico con un aspetto fisico raccapricciante: fronte lucida, capello spento, gelsomino appassito e tshirt che pare uscita da una battaglia idrica.
10) Il clacson. COSA? NON SENTO? COSA STAI DICENDO? EH?? Mi spiace ma a seguito di questo viaggio non possiedo più un apparato uditivo, si prega quindi di scrivermi invece di parlarmi grazie. EH? COME? QUANDO FACCIO I SUFFUMIGI? EH? AH NO QUANDO RIENTRO A PARIGI? Vabbé, lasciamo perdere vah, COME? VUOTI A RENDERE?

Un’altra cosa importante da segnalare é la localizzazione dell’immondizia: OVUNQUE. Quando svuotano i tombini, di cui preferisco non citare il contenuto, tutto viene delicatamente appoggiato per strada, non esistono bidoni della spazzatura, quindi le cose si accumulano sul ciglio delle vie generando un tripudio di colori, ma soprattutto di odori. L’immondizia oltre ad essere una moderna metodologia di arredamento é anche l’alimentazione delle vacche, che saranno pure sacre ma mangiano rifiuti, probabilmente perché sanno che tanto poi non saranno cibo per nessuno, una sorta di vendetta, certo che la vacca che mangia la calce pero’... suppongo avrà problemi digestivi e di transito, non voglio neppure immaginarmelo.
Un’ulteriore nota, una sera, di ritorno da Surguru, il nostro ristorante indiano preferito, arredato in stile minimalista, ove per minimalista intendo stile mensa, solo tavoli e sedie di plastica, placche in domopack al soffitto, in caduta libera che a momenti falciano un bambino, nessuna posata prevista; nel bel mezzo di una discussione sulla spazzatura (certo, tematica di un certo spessore culturale), scorgiamo di lontano un camion con i lampeggianti: il camion della nettezza urbana! Si, si, si! Ci precipitiamo per filmare il grandioso evento. Poveri innocenti e sprovveduti ragazzetti. Si tratta di una betoniera, enorme, che macina sabbia e che.... DECIDE DI SCARICARLA DAVANTI A NOI NEL CANTIERE ADIACENTE! Troppo tardi per la fuga, rimaniamo li, paralizzati dalla sorpresa, mentre lui spietato lascia cadere una tonnellata di sassi e sabbia, una coltre di polvere di ricopre, sembriamo mummie, ci guardiamo e ci viene troppo da ridere, siamo veramente al minimo storico di livello igienico in quindici giorni! Potremmo tirare su un muro con quello che abbiamo addosso. Alla fine compriamo una bottiglia di acqua per impastare il cemento e ci avviamo verso casa lasciando tracce bianche dietro di noi peggio di Pollicino con i sassolini o Lapo Elkann con altro.
Comunque decalogo e altre amenità a parte, abbiamo anche fatto un paio di gite. Il sabato di libertà gita ad Auroville, centro di meditazione yoga. La cosa divertente di ogni uscita é che il vero polo attrattivo siamo noi, cosi straordinariamente bianchi, rari ed evidentemente pure un po’ ridicoli, perché ad ogni breve sosta ci viene richiesto di partecipare a foto di gruppo e dopo una mezz’ora ci sentiamo già delle vere star! Un gruppo di ragazzi di un’università della capitale, ci chiede anche l’indirizzo email per poterci scambiare le foto, ci chiedono come mai siamo li e da dove veniamo, un fiorino (citazione da Non ci resta che piangere, ndr).
Il pomeriggio lo trascorriamo in una piccola gioielleria il cui proprietario mi vuole in sposa, come moneta di scambio, dopo che lo stremiamo per circa un’ora e mezza in negoziazioni di tappeti, anelli e orecchini. Per un attimo vedo l’’occhio di Florence brillare di gioia quando capisce che lasciandomi li avrà in dono un magnifico anello d’argento e pietre dure grande come un Ferrero Rocher, poi per fortuna l’amicizia prevale sulla cupidigia e dichiara di aver promesso al mio fidanzato di riportarmi indietro (come le sarà venuto in mente???) mi getta in macchina e gli promette che se il fidanzato mi dovesse lasciare mi rispedirà indietro, rifletto un attimo e penso che oltre al Briatore delle Mauritius abbiamo anche un Aga Khan di Auroville, in fondo é consolante sapere di avere un piano B.
Quando il processo si conclude lui é sull’orlo dell’esaurimento, Lalida, la nostra accompagnatrice indiana ha guadagnato un tappeto gratis e noi siamo sedute a terra (sai che novità) a bere tchai circondate da stuoie, cuscini e collane. Chiaccheriamo con lui per un’ora abbondante e poi ce ne andiamo con il nostro bottino.
Un ultimo evento da segnalare é la vestizione con il sahari. Dobbiamo indossarlo di primo mattino, per recarci a scuola da dove poi partiremo per il Festival di Veerampatinam. Il primo componente é un top che ci é stato fatto su misura dello stesso colore del velo. Ecco appunto, su misura non vuol dire che deve seguire le nostre dimensioni fisiche? Evidentemente no, perché io che lo provo per prima, mi trovo strizzata in un trapezio di stoffa che faccio fatica ad allacciare e che una volta terminato di agganciare mi impedisce la respirazione. Florence cade sul letto con le lacrime agli occhi quando mi vede sottovuoto come in un corpetto dei primi dell’ottocento, ma la sua risata si esaurisce tristemente al tentativo di infilare il suo, quando la mancanza di fiato le impedisce di proferire parola. Decidiamo di muoverci in apnea perché il benché minimo movimento potrebbe generare lo strappo, quindi respiriamo solo una volta ogni venti minuti.
Indossiamo la sottogonna e poi dobbiamo gestire i due metri e mezzo di sahari. Ma dove diavolo lo facciamo passare? Prese dallo sconforto ci avvolgiamo alla bell’e meglio, tanto poi qualcuna ci sistemerà e usciamo con l’aspetto di due mummie venute male e stranamente colorate. Giunte alla scuola vi lascio solo immaginare la faccia delle ragazze che ci accolgono: disgusto e disapprovazione condite da una palese vergogna. Ci nascondono in ufficio e ci sbendano per ricominciare tutto daccapo. Usciamo dopo 35 minuti di attività di restauro e la conferma che il top deve essere aderente, la respirazione non é rilevante. In effetti la differenza si nota, ora invece di avere nodi e colline abbiamo cinque pieghe sul petto e cinque pieghe sul ventre che creano un’eleganza naturale e soprattutto permettono di camminare senza dover sollevare le sottane, cosa che nella versione precedente non era prevista.
Incredibilmente trascorriamo tutta la giornata cosi, riusciamo a prendere il tuc tuc, camminare alla fiera, pranzare a casa di Jenith Esua, un nostro alunno, con le mani, sedute per terra, ve lo ricordo nel caso non foste attenti, andare a bagnare i piedi in mare, breve riposino alla guest house sdraiate come salme per non ciancicarci, ritornare a scuola, partecipare a tutta la cerimonia di distribuzione dei diplomi, passeggiata in centro e poi cena finale di gruppo in un ristorante dotato finalmente di forchette. CAMPIONESSE DEL MONDO, CAMPIONESSE DEL MONDO! Siamo riuscite a non rimanere in mutande, evento straordinario, meriteremmo un premio che sarà sbottonare il corpino malefico che avendo un laccetto sulla schiena che va da una spalla all’altra rimane tatuato stile mezzaluna a causa delle tre ore che abbiamo trascorso a picco sotto il sole. No comment, una riga bianca che non se andrà mai.
Insomma ridendo e scherzando siamo giunte alla fine della vacanza, mancano solo quattro ore di macchina e dodici di aereo e poi saremo di nuovo in patria! Non male. Solo una breve segnalazione relativa al tratto Pondicherry – Chennai. Dopo un’ora di macchina in cui siamo solamente in nove su una jeep, la solita, l’aria condizionata smette di funzionare, o meglio viene spenta perché genera la fuoriuscita di fumo dal cruscotto che non é certo un evento rassicurante. Sosta pranzo in un “ristorante” sul ciglio della strada rappresentato da: una capanna di foglie di banano, tavolacci in legno, due cani in libera circolazione sui quali si agitano colonie di pulci e mosche, una foglia di banano come piatto, che viene lavata con l’acqua locale (la probabilità che la maledizione di Shiva che ancora non ci ha colpito si abbatta su di noi si alza al 98%), una cucchiata di riso bianco, una di barbabietola, l’unico alimento capace di far piangere Florence dal disgusto, una di funghi, credo si tratti di amanita muscaria e una salsa vegetale che viene sdraiata sul riso, con una tale concentrazione di peperoncino che la foglia di banano rimane parzialmente deturpata per autocombustione. Sopra il tutto viene depositata una frittatina probabilmente arrostita su una lamiera esposta al sole. Sopravviviamo anche a questo.
A pochi chilomentri dall’aeroporto tutta la macchina comincia a fumare, impossibile fermarsi subito, siamo imprigionati nel traffico delle venti, dopo dieci minuti approdiamo ad un distributore, l’apertura subitanea del cofano fa saltare via il tappo del radiatore, Patricia e Vincent che sono con noi ma hanno un volo anticipato, stanno per perderlo, vengono quindi caricati su un tuc tuc e consegnati all’aeroporto mentre noi con la mia torcia a dinamo cominciamo a cercare il tappo. La scena é veramente esilarante, se non fosse che il proprietario del distributore viene a dirci che essendo a rischio di esplosione non possiamo stare in prossimità delle pompe e quindi dobbiamo sgommare! Miracolosamente il tappo riappare, versiamo due litri di Levissima nel serbatoio e ripartiamo sprezzanti del pericolo e riusciamo ad arrivare incolumi all’aeroporto. Passiamo ventuno controlli passaporto, bagagli, febbre, massa grassa, tasso alcolico, % di cellulite, conoscenza dell’inglese, domanda di geografia, dire, fare, baciare, lettera e testamento e poi veniamo abbandonati in una sala d’attesa che non ha neanche il numero del gate di imbarco esposto. Attendiamo un’ora e mezza dopodiché il numero del gate viene appiccicato in maniera davvero poco rassicurante, con un foglio di carta ad una porta, siamo pronte per partire. Back home! Il nostro regno per una doccia, una sedia ed una forchetta! Wanakam!

lunedì 10 agosto 2009

Nadia e Florence dopo 5 giorni

Ore 4 suona la sveglia, alle 4.45 dovrei prendere il taxi che mi porta dalle parti di Florence per andare insieme poi all’aeroporto. Peccato che trovi di sotto ad attendermi Tazio Nuvolari con il carattere di King Kong che mi urla perché non vuole portarmi dove devo andare. Il percorso é troppo corto e non gli permette di guadagnare abbastanza. Vorrei abbatterlo con un colpo di valigia, ma siccome non ho alternative mi limito a fare la straniera scema e lo supplico di portarmicisivi perché sono sola e abbandonata in città. Io mi carico 18 kg di valigia lui impreca e partiamo a razzo. Guarda continua cosi che ti tramortisco con la guida dell’India se non la smetti di brontolare, ti spacco la busta dei medicinali sul cranio imbecille e vedi di andare piano che mi sta venendo il paludismo prima ancora di partire.
Testa la sua auto che raggiunge gli 80 km orari in centro abitato in 8 secondi. Ho capito che arriverà solo il mio spirito in aeroporto. Peccato essere morta prima di arrivare a destinazione. Magari mi reincarnero’ in un pollo e andro’ cosi a Pondicherry.
Non so come arriviamo a Porte de Vicennes dove devo incontrare Flo e Xavier, il suo gentile marito che ci accompagnerà. Mentre li aspetto scambio due parole con due prostitute, due poliziotti e due ubriaconi, in effetti la zona é un po’ periferica, comprendo che il vero problema non é sopravvivere in India ma uscire vive da Parigi. Finalmente arriviamo al terminal 1 di Roissy e siamo pronte per il lungo viaggio, che va decisamente bene, fatto salvo che decidiamo di affrontare il cibo locale fin dall’inizio ordinando pollo cucinato all’indiana e schifando quello internazionale. Mettiamo in bocca un gran boccone di riso e bocconcini di volatile e tempo due secondo ci voltiamo una verso l’altra: Florence comincia a piangere e io emetto fuoco dalle orecchie. Una concentrazione esagerata di peperoncino. Quello di Soverato a confronto é una zolletta di zucchero! Ovviamente facciamo l’unica cosa da evitare, beviamo acqua e siamo pronte per il cimitero.
Insomma dopo 14 ore di viaggio, 3 film, 8 riviste e 4 chiacchere con i vicini indiani, giungiamo a Chennai, detta anche Madras, dove facciamo prima una coda per verificare se abbiamo l’influenza porcina, ci misurano la febbre e ci manca solo che ci controllino i pidocchi. Poi una coda per i passaporti e il tipo mi chiede dove sta l’Italia, ecco andiamo bene, ho trovato uno che conosce la geografia quanto me, gli dico che sta di fianco alla Francia un po’ sulla destra, pare convinto e mi lascia andare. Secondo me sul passaporto non mette un timbro ma un voto come a scuola ed io avro’ preso 4 come al solito. Poi una coda per le valigie, che stranamente arrivano tutte abbastanza velocemente (certo proporzionalmente alla coda di due ore, probabilmente ti fanno fare la coda per portarsi avanti con i bagagli e darti l’impressione che quando esci lei é già li ad aspettarti, astutissimi ‘sti indiani) e per finire controllo al metal detector per uscire. Ma cosa vuoi che porti fuori dall’aereo? Le polpette come bombe chimiche? I calzini del vicino? Ma lasciami uscire vah.
Appena fuori comprendiamo che la percentuale di europei é di circa uno ogni mille noi saremo una decina immaginatevi il resto. Troviamo subito Lalida e Perumal, i due responsabili del centro che ci sono venuti a prendere, tenete conto che é mezzanotte ora locale e ci dirigiamo verso una missione cattolica a dormire. Il primo trauma é l’attraversamento del parcheggio dove ci saranno centomila macchine che suonano il clacson senza sosta e la cosa più divertente é che quando innestano la retromarcia parte una musichetta tipo discoteca. Siamo schiantate dal ridere, musichette e clacson ovunque, una dependence di Rimini, ma quanto vediamo la geep con 195.000 km che ci dovrà trasportare ridiamo un po’ meno visto che il giorno successivo ci dovremmo passare 4 ore. Tappezzeria classe 1968, sulla quale si rilevano evidenti tracce di funghi, direi tartufi dall’odore, due ventilatori mini uno piazzato di fianco al guidatore e l’altro dietro per i passeggeri che scopriremo in seguito emanano aria calda, due foto di dei pendono dallo specchietto al quale é attaccata anche una profumatissima collana di fiori di gelsomino che emana un tale profumo che dimentichiamo tutto il resto.
Si parte! La seguente mezz’ora di auto é una delle cose che ricordero’ per la vita. Hanno la guida a destra, essendo un ex colonia britannica, ma non importa, perché il concetto é: mettiti dove c’é spazio, i semafori valgono solo se ci sono macchine più grandi della tua e soprattutto suona SEMPRE. E quando dico sempre, intendo sempre. Ad un certo punto sono talmente divertiti nel vederci attonite e stordite che ci spiegano di essere appena stati rimproverati da un automobilista perché non hanno suonato! La corsa più pazza del mondo, ecco dove siamo finite. Arriviamo alla missione e mi sembra di vedere la Madonna di Lourdes che ride a crepapelle mostrandomi una colonia di gechi sulla parete, ventidue zanzare e un montacarichi per arrivare al piano superiore dove dormiremo. Entriamo in camera, dove la temperatura é di 35 gradi circa, attiviamo un ventilatore a soffitto che potrebbe far partire un jumbo e verifichiamo che abbiamo solo un lenzuolo per dormire, quello dove staremo sdraiate. Il bagno é simpaticamente arancione di ruggine, non rileviamo la presenza di carta igienica perché qui non si usa e dal lavandino scendono stalagmiti di incrostazioni che hanno richiamato in passato colonie di scienziati, come le grotte di Toirano pressapoco. Laviamo la faccia con due dita come i gatti con la bocca sigillata. Cerchiamo di assicurarci che non ci siano ratti nelle vicinanze e proviamo a dormire.
Il mattino successivo appuntamento alle 9.30 ora locale, ovvero le 6 ora di Parigi, perché per rendere le cose facili qui non abbiamo manco un fuso come si deve, ci sono 3 ore e mezza, ora ditemi voi come diavolo faccio a sapere che ora é durante la giornata? E infatti non lo so da una settimana. Colazione in uno shop vicino al centro. Credo di aver preso il colera solo oltrepassando la soglia mentre scavalcavo l’immondizia e un tombino. Un the nero servito in una tazzina utilizzata ventidue volte prima del nostro arrivo senza essere stata lavata e che deve arrivare a trenta passaggi in totale prima di vedere una goccia d’acqua, chapati (frittelle di riso, come vedete la risomania comincia fin da subito) e frollini fritti, eh si, non aspettavo altro alle 6 del mattino.... una cosina proprio leggera.
Partenza per Pondicherry, 4 ore di macchina a 42 gradi, sosta all’autogrill rappresentato da un tizio in bicicletta che spacca cocchi freschi con un macete e siamo pronte a ripartire. Arrivamo e pranziamo in un ristorante tipico dove si mangia davvero bene e per stare leggere prendiamo un riso kashmir consigliato da Lalida, buonissimo, se non fosse che é giallo e fino a qui niente da recriminare ma con la frutta candita. Qui abbiamo ancora un cucchiaio per mangiare, non sappiamo ancora che da domani dovremo usare solo la mano destra! E non per ragioni politiche.
Alla fine arriviamo alla Ram Guest House che ci ospiterà per il prossimi quindici giorni ed é proprio carina vista da fuori, la stanza non é male é il bagno accettabile, abbiamo capito che la ruggine fa parte dell’arrendamento ma almeno non ci sono le stalagmiti. La prima notte facciamo amicizia con un altro ospite inatteso. Alle 4 del mattino vedo Florence uscire dal bagno con la faccia terrificata dall’orrore che brandisce un asciumano e che mi invita ad entrare. Comprendo la gravità del pericolo dalla sua espressione, mi armo di una scarpa pesante e mi precipito con l’intento di uccidere senza pietà. Entro e lo vedo. Enorme, nero, con due antenne radio e una dozzina di gambine! AAAHHHHHH! Che schifo! Soprattutto perché sta camminando sul lavandino. Lancio la scarpa ma lo manco e si rifugia nel buco, irragiungibile. Tappiamo il buchetto con la carta igienica e mettiamo un secchiellino per impedirgli di uscire dallo scarico. Siamo diaboliche, speriamo non stia preparando un assalto con amici venuti per aiutarlo
Primo giorno all’associazione. Prima di tutto realizziamo che dobbiamo togliere le scarpe prima di entrare, quindi trascorreremo quindici giorni a piedi nudi con conseguenze igieniche che dureranno due mesi.
Comunque tutto é perfetto, ci sono dodici ragazzi e ragazze che ci aspettano per le lezioni e cominciamo con un giro di presentazioni. Questo ci permette di capire la prima difficoltà: non capiamo niente di quello che dicono in inglese e loro non capiscono niente di quello che diciamo noi in inglese. Perfetto sarà tutto facilssimo. Come in ogni classe che si rispetti ci sono i preferiti e qualche capra. Non faro’ nomi, ma ne abbiamo uno che qualunque sia la domanda che facciamo risponde: income tax, tasse sul reddito. Dove le mettiamo le spese di trasporto? Income tax. Da che parte dello stato patrimoniale stanno di Debiti verso fornitori? Income tax. A che ora cominciamo domani? Income tax. Bene ora lo pesto, con la mano sinistra cosi é ancora peggio. Poi abbiamo i bravi ma timidi, che mandiamo alla lavagna per la correzione e ci pregano di rimanere nascosti, ma noi, vere Rottenmehier siamo inflessibili, anche perché abbiamo ricevuto precise consegne dalla loro capa: sono bravi ma timidi, bisogna dar loro coraggio. Siamo a posto, con me come massimo esempio di timidizza tempo una settimana sono a fare comizi in piazza...
Un altro momento molto bello e molto buono é il the delle 11. In quanto a livello di gradevolezza penso paragonabile solo al the alla menta del Marocco. Qui si tratta di the nero con latte e zucchero. Un dettaglio importante, viene servito in tazze di alluminio. La prima volta lo afferro senza riflettere e i resti bruciati delle mie dita sono ancora attaccati a quella tazza. I ragazzi vedendo la mia espressione di dolore si rotolano al suolo dal ridere.
Altro momento magnifico é il pranzo collettivo. Tutti seduti a terra in cerchio a condividere riso, pollo speziato e verdure. Anche qui diamo spettacolo. A parte il fatto che dopo cinque minuti che siamo sedute diventa impossibile rimuoverci dal tappeto a causa della paralisi che ha colpito i nostri arti inferiori, la parte migliore e di sicuro portare il cibo alla bocca usando solo la mano destra spezzando eventualmente quello che abbiamo nel piatto. Ecco appunto. Loro non fanno cadere neanche un grano di riso, noi siamo una catastrofe umana! Si danno di gomito e ridacchiano sotto i baffi cercando di contenersi, siamo pur per sempre le professoresse per il momento.
Comunque questa prima settimana di vita, o meglio di sopravvivenza qui, ci ha fatto comprendere che ci sono alcune regole base da seguire, che permettono di non avere conseguenze letali sulla nostra salute almeno per il momento.
Ecco la prima parte del decalogo, dopo Rust il Selvaggio, Rubbish le Selvaggie, perché é un po’ quello che siamo diventate, socialmente inaccettabili e sicuramente Intoccabili, in tutti i sensi:
1) Il bagno. Se lo conosci lo eviti e se lo eviti non ti uccide. Ergo andarci il meno possibile, quindi non si beve, se non si beve non si deve far pipi e se non si deve far pipi non c’é bisogno di avvicinarsi a quelli che qui sono considerati bagni. In ognuno di essi é presente un secchio per “sciacquarsi” perché qui la carta igienica é considerata impura, certo mentre il secchio in cui ognuno mette le mani dopo l’attività evaquativa é una sorgente di alta montagna e ci vedi dentro le aquile volare, circa cinque centrimetri di acqua per terra che é uscita dal secchio medesimo, ricordatevi di portare le pinne é possibile trovare una concentrazione di batteri tale da permettere al centro di ricerca batteriologica Pasteur di potrebbe organizzare un convegno.
2) L’acqua. Niente acqua. Principale causa della maledizione di Shiva, va bevuta esclusivamente in bottiglia e va evitato ogni contatto inutile. Un semplice esempio: lo spazzolino da denti. Vi chiedo solo di provare a inumidirlo con una Levissima naturale, lavate i denti, sciacquate la bocca, lo spazzolino per bene e guardate la bottiglia. Inutilizzabile per chiunque altro, un incubo da guardare, tutta ricoperta di dentrifricio per tre volte al giorno, per quindici giorni. Si consiglia questo genere di attività solo dividendo la stanza con qualcuno che conoscete bene. Florence ed io ora siamo unite da un patto di sangue, riso e dentifricio ormai. Inutile ricordarvi di chiudere la bocca mentre fate la doccia vero? Ecco, l’acqua la potete scegliere fredda o calda, nel senso che o a 17° o a 42° come la temperatura esterna. Potete anche miscelarla con il secchio suddetto, a voi la scelta.
3) L’antizanzare. Sempre e ovunque. Brandirlo come una spada. Al mimimo svolazzare sospetto estrarre e spruzzare. In patria vi dicono di usare quelli europei che sono più forti, quando arrivate qui, alla cinquantesima puntura comprendete la portata della menzogna e andate a prendere Odomos, il tuo aiuto contro le bagotte. Un euro di antizanzare locale che allontana pare anche i pippistrelli, qui presenti in grandi quantità, viene utilizzato come fertilizzante nei campi e decespugliatore, nel caso di presenza di Kafar lanciarlo.
4) Riso. Sempre e ovunque, come l’antizanzare. Un altro amico fidato nella lotta alla maledizione. Con la frutta candita, fritto, saltato, bollito, basmati, pilaf, vegetale, con il pollo, al kurry, allo zafferano, con l’uovo, frittella di riso, uttapahm di riso, idly di riso. Colazione, pranzo, cena. Pausa delle 11, pausa delle 16. Al terzo giorno lo guardi e ti viene da piangere. Al quinto ne sei assuefatto, vuoi mangiare solo riso. Ho chiesto a mia mamma di prepararmo un risotto quando arrivo a casa. Mangia riso e muori.
5) Cibo. Più in generale. Quando dici che vai in India tutti i tuoi amici, parenti, conoscenti, colleghi improvvisamente diventano più esperti di Gandhi. Sanno tutti cosa devi evitare di mangiare e la lista é infinita. Proibiti: verdura, frutta, carne, uova, latticini, succhi di frutta, gelati, tutto cio’ che é venduto per strada. Beh ora ditemi voi cosa resta! Pane di vari tipi e riso. Appunto di questo ci nutriamo da 7 giorni, un tasso glicemico da diabetiche. Avremo energia disponibile per correre 24 ore.
- segue -