martedì 3 novembre 2009

DA REMBRANDT A VERMEER, L’ETA’ D’ORO DELLA PITTURA OLANDANESE – PINACOTECA DI PARIGI

Se una mostra si chiama da Rembrandt a Vermeer ti aspetti di vedere quadri dei due autori o pecco di ingenuità? Truffatori infami: 1 Vermeer e 4 Rembrandt. Roberta ed io siamo veramente deluse da questa mostra perchè in effetti in tutte le sale tranne nell’ultima sono esposti quadri dell’età d’oro olandese, non c’è dubbio, ma di illustri sconosciuti. Sconosciuti a noi direte voi... beh, in effetti, ma credo anche al 90% dei partecipanti e tra l’altro non cosi interessanti: Maes, Pieter de Hooch, Hals, Van Ruysdael.... notissimi vero? Pazienza, non ve la consiglio, non l’ho trovata neanche mediocre. Anche Roberta mi valida un 5, al massimo 5 e mezzo. O si è dei veri intenditori o non si apprezza. Aggiungo che comunque è poco corretto usare un manifesto che riproduce il quadro del Vermeer come richiamo, quando quello è l’unico presente nell’esposizione. Poco onesto, specchietto per allodole. Non si fa cosi.

TIZIANO, TINTORETTO E VERONESE, RIVALITA’ A VENEZIA – MUSEE DU LOUVRE

Bisogna ammettere che il problema di Parigi non è trovare una mostra da vedere, ma come fare a vedere tutte quelle che ci sono! Insomma, colte da momento di italianità spinta, decidiamo di affrontare la pittura classica del nostro paese, sempre molto presente nella ville lumière. Noi, vuol dire Gabriella, Francesca ed Emanuela, con i due cuccioli Emma e John, due bambini prodigio che all’eta media di 7 anni parlano 3 lingue e mi fanno sentire la Zia Pina. L’italianità arriva al punto che mi presento al Louvre con due pezzi di reggiano nella borsa accompagnati da una crescenza fresca fresca da importazione da consegnare a Franci. Siamo veramente donne di gran classe, cosi classe che il guardaroba si rifiuta di conservarli! Non sono autorizzati, quindi ci tocca il giro con il fromage nella borsa. Unico lato negativo del giro è che non c’è un percorso per i bambini, peccato.
Che dire? Capolavoro, onestamente non saprei scegliere tra Renoir e questa. Entrambre spettacolari, restiamo dentro un’ora e mezza, l’audioguida ci commenta le sale che sono organizzate per tematiche ed in ognuna troviamo lo stesso soggetto dipinto dai tre in modo totalmente diverso, ma straordinario. Chiaramente pittura classicissima, parliamo del 1500, perfezione delle forme, realismo nei colori, emozioni nei volti, messaggi di classe rivolti al pubblico. I più grandi pittori contemporanei trassero ispirazione da queste pitture che arrivano da tutto il mondo (Madrid, San Pietroburgo, Museo di Capo di Monte a Napoli...). Sono considerati i maestri e non v’è dubbio che lo siano. Eppure ognuno di loro ha il suo modo di interpretare un soggetto, una donna, un personaggio mitologico, una scena religiosa. San Gerolamo, quattro pitture, una anche del Bassano. Quattro sensazioni diverse, quattro messaggi, quattro interpretazioni: impressionanti, ma soprattutto quattro meraviglie. E cosi per ogni sala: Tarquinio e Lucrezia, Danaé, Susanna e i Vecchi... Imperdibile.
E poi alcuni aneddoti. Veronese, I Pellegrini di Emmaus, quadro sublime, fu perseguitato dall’Inquisizione perchè nelle sue opere a tema religioso, inseriva personaggi pagani... meno male che non hanno dato fuoco alle tele, possono sempre ripensarci. E ancora. La Scuola grande di San Rocco indice un concorso per decorare il soffitto della Sala Dell’Albergo, Tintoretto stufo di arrivare secondo dopo il Veronese, invece di proporre uno schizzo come al solito, si reca di nascosto nella sala e comincia a pitturare durante la notte. Il mattino seguente quando la commissione si riunisce per giudicare, il soffitto è affrescato. Dichiara che se la scuola non vorrà pagare lui lascerà comunque l’opera come regalo. Scoppia lo scandalo, il concorso viene annullato, ma lui incaricato di finire la Scuola, attività che lo impegnerà per molti anni e sarà il suo capolavoro personale. Voto 10.

mercoledì 28 ottobre 2009

La prefettura e la battaglia navale

Ci sono cose che quando le scopri ti rovinano la giornata: la maionese è finita e sei in un momento di disperazione profonda causato da un numero imprevisto apparso inspiegabilmente sulla tua bilancia (inspiegabilmente per te, perché se domandassi al tuo frigorifero avresti delle risposte molto precise e circostanziate corredate di orario, quantità e tasso calorico), esci dal dentista con la bocca semiparalizzata dall’anestesia e ti ferma una sordomuta per chiederti informazioni stradali guardandoti con disgusto perché siccome parli come una minorata pensa che ti stia prendendo gioco di lei (vi giuro che è successo davvero), ti accorgi che ti sta scadendo la patente e l’ultima volta che hai dovuto rifare un documento in Italia, a seguito del furto della borsa, hai dovuto mentire al commissario Bassettoni di via Poma sulla tua residenza per ottenere un certificato di sana e robusta costituzione (e robusta lo dici a tua zia).
Per quanto poco io guidi qui in Francia, mi rendo conto che comunque non posso prescindere dal rifacimento della stessa ma sono fiduciosa. Tempo fa Daniela l’ha rifatta e mi ha detto che è facile come bere un bicchiere d’acqua in Francia, magari qui come bere un bicchiere di champagne, troppo chic, anzi ho già la lista delle cose che mi servono che mi aveva fatto Daniela e in un attimo, siccome sono una nota maniaca dell’ordine, la ritrovo nella cartelletta “regali di Natale da riciclare, provenienza e destinazione ipotizzabili”, proprio di fianco a quella “Progetti dieta falliti in meno di quattro giorni”. Bene, ecco cosa devo avere: documento che certifichi la residenza, una bolletta, vecchia patente, documento di identità, il tutto in molteplici copie. Destinazione Prefettura di Parigi, sull’Iles de la Cité, apertura uffici ore 8.30, ma io alle 7.30 sono là in coda insieme ad un variegato patrimonio umano: è lo stesso ufficio in cui si chiedono i permessi di soggiorno, quindi sono l’unica persona bianca in coda e la gente mi guarda con diffidenza e vi assicuro che non è affatto bello sentirsi discriminati.
Dopo un’ora di attesa entriamo ed una signora gentile mi dirige verso lo sportello Permis de Conduire (chiarissimi questi francesi, permesso per guidare lo chiamano, mica patente, patente cosa vorrà mai dire? Devo inoltrare una richiesta all’Accademia della Crusca per far aggiornare la Treccani). Mancano solo quattro persone prima di me e per ingannare il tempo mi metto a rileggere l’elenco dei documenti necessari appeso allo sportello: due foto formato tessera, documento che certifichi la residenza, una bolletta, vecchia patente, documen.....FOTO???????? Foto? Picture? Photographie?
Avete presente quando un lampo di orrore vi attraversa la mente? Quando l’immediata percezione di aver commesso un fatal error bussa ai neuroni ed un brivido vi percorre la schiena? Quando anni e anni di precisione svizzera e di pignoleria si sgretolano come nei cartoni animati come cenere di fronte ad un volantino? Ecco, tutto questo sono io nell’istante in cui mi rendo conto che ad un passo dalla vittoria ho inciampato e sono caduta come dalle scale di Linate e mi sono dimenticata le fotografie, unica cosa non scritta sulla lista di Daniela perchè talmente scontata da non essere stata inclusa.
Snaturamento della Trincherini, qualcuno si deve essere impossessato del mio corpo e agisce inibendo la mia volontà, come in Visitors. Ora scoppio a piangere con il mio vicino di fila e gli racconto gli ultimi sei mesi della mia vita per muoverlo a commozione e poi gli chiedo se mi fa due autoritratti a mano formato tessera con sfondo bianco stile pittore di Montemartre.
Scrivo subito il seguente sms a Daniela, che denota il mio livello di disperazione all’idea di rifare la coda una seconda volta in un altro giorno: “Ma Daniela servono le foto nuove?”, la domanda dimostra il quoziente intellettivo di un cinciallegra svenuta, ma è l’incredulità che guida le mie dita, pero’ magari metti che mi stacchino dalla vecchia patente la foto della maturità, grattiamo via anche quella dell’abbonamento ai mezzi e due copie le abbiamo trovate. Daniela mi risponde che sono conosciuta sul territorio in italiano, ma siccome la mia notorietà non ha ancora varcato i confini, purtroppo servono le foto: spiritosona nel momento del bisogno. La sportellista, perchè intanto è il mio turno, mi guarda con il compatimento di una madre che osserva il figlioletto di tre anni che si è spalmato la nutella sul maglione e mi dice che nell’ufficio di fianco ci sono delle macchine per fare le foto tessera, mi da un numerello e mi dice qualcosa sul tipo di coda, che sottovaluto in quel momento, troppo felice per avere ancora una possibilità di recupero dell’errore. Il fatto comunque che esista una macchina per foto tessera mi evidenzia che di Fate Smemorine che vanno senza ce ne sono molte, quindi alla fine mal comune mezzo gaudio, i proverbi del nonno hanno sempre un gran fondamento e danno sempre un gran conforto.
Corro a immortalarmi, hanno persino una macchina cambia moneta, nel caso non aveste quattro euro in pezzi singoli, W la France, sono veramente efficienti, presuppongono di avere a che fare con una banda di incapaci trattandosi di stranieri, la grandeure francaise.... e ritorno ad affrontare la coda. Guardo il mio numerino M007 e rammento che la tipa mi ha detto sportelli dal 19 al 22.
Alzo la testa sullo schermo che proietta i turni e leggo quanto segue: T001X, P002G e altri numeri di questo tipo. Ora voi conoscete la mia particolare propensione al numero ed alle percentuali, ma ehm, di M nessuna traccia e di 007 tanto meno. Che si tratti dell’agente segreto? Devo camuffarmi per scovare la coda giusta? Dichiarare: “Sono Tricherini, James Trincherini?”. Chiedo al mio vicino di coda, che mi risponde in bulgaro qualcosa di non chiarissimo. Bene, come minimo mi hanno già chiamata e non me ne sono neanche accorta. Mi avvicino allo sportello 22 che mostra un numero di turno che non ha niente a che vedere con il mio, tipo CB75, pare il codice di un taxi, oppure si gioca a battaglia navale e ti danno la patente solo quando affondi un galeone. Cosa mi date per una barchetta a vela? Permis de conduire de la biciclette? E un transatlantico? Patente del camion? Per la nautica? Devo buttar giù la barca di Sarkozy con lui dentro? H41: acqua, F67: acquetta (ti ricordi il tuo compagno di banco che citava tutte le sfumature di temperature dell’acqua possibili? Acquina, acquona, noooooo, deserto! Fuochino, fuochetto, ma te possino...). Vabbè, l’impiegata del 22 mi dice che li ci devo andare solo quando la mia patente sarà pronta e che devo aspettare che chiamino il mio numero! MA DOVEEEEE??? Ma come faccio a sapere quando mi chiamano se devo giocare al sudoku e applicare un integrale per capire quale è lo sportello giusto, miseria ladra? “Guardi il monitor”, laconica risposta. Mi siedo e mi metto a fissare lo schermino, sembro un po’ psicotico-ossessiva con la testa in alto rivolta verso le scrittine rosse. Fino a che, tutt’ad un tratto appare un M003. Siiiii! Allora uscirà anche il 7 prima o poi! Continuo a fissare. M008. Mi viene da piangere. Ma dove li avete messi quelli che stanno nel mezzo? Ma sembra un test di intelligenza invece di un ritiro documenti e di sicuro non sto raggiungendo il punteggio massimo. Mentre medito sulla prossima mossa esce M004. Ma cos’è, buttiamo li i numeri a caso? Alla fine dopo dieci minuti esce il mitico M007 e mi presento con i miei documenti e la mia foto nuova di zecca. Il tipo gentilissimo raccoglie tutto, verifica e mi dice di andare allo sportello 22 (ecco che c’era lo sportello 22 allora alla fine) che nel giro di dieci minuti la mia patente nuova sarà pronta e durerà tutta la vita. Ma veramente? Non verificate neanche se ci vedo? Quanto peso e che colore ho gli occhi? Costo zero? Questo è progresso. L’unico lato negativo è che da oggi in poi mi potranno togliere tutti i punti del mondo... devo fare attenzione. Ma adesso che numerazione seguo? Devo recuperare il numero del banco frigo dell’Auchan? “Quello di prima” mi dice Mr. Dominique Bureau, laconico come sopra. Mi siedo e mi rimetto a fissare lo schermino, occhio spiralato, presente? Come nei cartoni animati. Improvvisamente M007, una seconda volta! Ecco perchè avevo visto M008 prima! E’ tutto chiaro! O cosi mi sembra... Lo sportello 22 mi rilascia il Permis de Conduire color rosa caramella con foto da serial killer. Esco, inforco una bici e torno in ufficio. Ma alla fine, ma a cosa mi serviva davvero le permis de conduire?

lunedì 19 ottobre 2009

8 MILES – Il film


Si, si, lo so già a cosa state pensando: ma come fa una che va a vedere Renoir a guardare il film di Eminem? In effetti me lo domando anche io. Pero’ forse un po’ di eclettismo.... o semplicemente un momento di smarrimento. Mi aspettavo un po’ più di musica invece sono rimasta delusa. Pare sia un film autobiografico sulla vita del cantante. Un giovane rapper che partecipa a gare di rap (appunto) in un noto locale della zona alla ricerca della gloria, peccato che abbia paura del pubblico e al momento della sfida non abbia il coraggio di aprire bocca. Kim Basinger interpreta la madre alcolizzata. Niente da dire. Ho deciso di guardarlo in inglese con i sottotitoli, mi pareva più corretto. Beh a parte che ho capito la metà, di questa metà un quarto sono parolacce: shit (almeno una ad ogni scena), bitch e fuck vanno via come il pane. Forse sono troppo vecchia per questo tipo di film. L’unico pezzo gradevole è la sfida finale rap. Con il riscatto del protagonista chiaramente. Voto? Boh... 5? Si, meglio non esagerare.

RENOIR – GALERIES NATIONALES DU GRAND PALAIS fino al 4 Gennaio

Francesca ed io decidiamo di vedere questa mostra di cui si è molto parlato persino sui quotidiani italiani, Repubblica 28 Settembre 2009, “Comincio ora a saper dipingere. Mi ci sono voluti più di cinquant’anni di lavoro per arrivare a questo risultato, che considero tuttavia ancora incompleto”, una splendida domenica pomeriggio di sole, noi insieme ad un altro centinaio di persone! Quindi affrontiamo anche un’ora e dieci di cosa! Se sapete di voler andare prenotate! Lo mostra comunque ci ha trattenute per quasi due ore.
Uomo di grande modestia Renoir, pare che accogliesse con grande piacere i giovani artisti che si recavano in costa azzurra a trovarlo per esprimergli la loro ammirazione. La mostra conta più di cento dipinti provenienti da Chicago, New York e da altri importanti musei europei, senza contare che ci sono anche sette Picasso, che era un grandissimo ammiratore di Renoir e trasse ispirazione per numerose sue opere dai quadri del francese. Renoir fu colpito da una gravissima forma di artrosi che lo costrinse ben presto su una sedia a rotelle e che ce lo fa vedere in numerose foto con le mani deformate dalla malattia in modo impressionante, si stenta a credere come potesse ancora reggere un pennello guardandolo. Una delle ultime sue tele Le Bagnanti, fu montata su un sistema a cilindri, in quanto essendo troppo grande, era l’unico modo per l’artista di riuscire a raggiungerne i vari punti. Eppure egli scrisse: « Je ne crois pas, sauf des cas de force majeure, etre resté un seul jour sans peindre. Non credo, salvo casi di forza maggiore, di essere restato un solo giorno senza dipingere. “
Che meraviglia. E che meraviglia quello che abbiamo visto. Grazia, colori, cura, emozioni, sensualità, comunicazione, varietà, genio, ricerca delle perfezione. Ogni singola opera comunica sensazioni intense. Penso di aver visto raramente una mostra cosi ricca ed emozionante. Se passate di qua non perdetevela. Voto 10, senza dubbio.

sabato 17 ottobre 2009

Cenerentola

Nella vita non si possono fare solo cose divertenti o culturali o sportive. Talvolta è necessario svolgere delle attività un po’ meno interessanti o formative ma imprevedibilmente rilassanti come le pulizie di casa. Qui a Parigi è una cosa di cui mi occupo personalmente, da un lato perché non saprei bene a chi lasciare le chiavi e dall’altro perché la mia dimora ha la dimensione e la foggia di un specchietto da borsetta, quindi assolutamente affrontabile. Ritengo si tratti inoltre di un’attività alternativa di meditazione zen che si esplicita pulendo i vetri, “togli la cera, metti la cera, togli la cera, metti la cera” , tratto da Karate Kid, ndr, come sempre cito fonti autorevoli e riconosciute dalle comunità scientifico-letterarie-cinematografiche o di allontanamento dei momenti di stress grazie alla manipolazione dell’aspirapolvere brandito come una spada o meglio ancora come un microfono stile Mrs. Doubtfire o ancora di gestione della leadership al femminile domando la lavatrice. Scendiamo un pochino nel dettaglio.
Ognuno di noi ha i propri credo religiosi e morali sia nella conduzione della vita privata sia nella gestione della polvere o del detersivo. Uno dei miei è che non voglio lavare niente a mano, un dogma praticamente. E fin qui nessun problema, dubito che ci siano schiere di donne che amino mettersi in ginocchio sulla riva di un fiume o sul bordo della vasca da bagno per strofinare un lenzuolo ammaliate dal profumo del Dash. Esistono anche moderni strumenti tecnologici, tipo la lavatrice, che dotati di centinaia di programmi adattano il loro funzionamento alle tue esigenze, solo che non sono sempre facilmente interpretabili, mi sembra di parlare come Piero Angela, da dove mi nasce questa passione assolutamente ingiustificata per l’elettrodomestico? Bianco sporco cotone, inteso come beige o inteso come asciugamano macchiato? Colorato sintetico, ma tutto dello stesso colore oppure posso mescolare senza pietà? E il misto dove lo metto? Ma parliamo di fritto misto? Buonissimo! Eccola li, quando si parla di cibo come si rianima. Ma il rosa chiaro è bianco o colore? E la biancheria intima nei delicati anche se il reggiseno è quello sportivo? Ma non è coerente con la sua missione! Lana, tende, seta, rosso sangue, verde rana, giallo banana. Ma che confusione. Aggiungo anche che vivendo da sola mi serve un anno per riempire una lavatrice per tipologia di bucato e questo significa che tempo un mese non ho più niente da mettermi perché sta tutto nel cestone della biancheria sporca. Essendo io nota finance, decido per un approccio pragmatico e semplicistico, nessun file excel, semplice divisione per due: bianco e altro, senza distinzione di tessuto, forma, filatura, razza, estrazione sociale, prezzo, colore o religione. Temperatura standard 40° C, centrifuga a manetta, ma quella di frutta o quella di verdure stile ACE? Smacchia a fondo senza strap, con la carota e con il porro.
Altro dogma: amo il rischio. Certo bisogna però prestare un minimo di attenzione nella segregazione del bianco da tutto il resto. Quindi l’altra sera, colta da un momento di entusiasmo e motivazione parto con il carico “candore resistente” ergo a 60° C e cosa aggiungo alla fine orgogliosa come se avessi appena messo una ciliegina sulla torta? O comprato una borsa di Chanel a cinquanta euro? Un camicia di seta tricolore marrone, arancio fuoco e panna. MA SI PUO’ SAPERE COME DIAVOLO MI E’ SALTATO IN MENTE DI METTERE UNA CAMICIA ARANCIONE NEL BUCATO BIANCO? E SOPRATTUTTO NON DIRE CHE NON TE NE SEI ACCORTA PERCHE’ LO HAI FATTO APPOSTA E HAI ANCHE OSSERVATO LA SUA SPARIZIONE NELL’OBLO’ CON ORGOGLIO E SODDISFAZIONE.
Mi duole ammetterlo ma è cosi. Penso si sia trattato di un momento di trasgressione, di un afflato rivoluzionario, di una ricerca di libertà arcobaleno. Direi piuttosto di una pirlata colossale. Risultato? Un bucato Hare Krisna, miseria ladra. Tutto quello che ha accompagnato la camicia si è tinto di melone, chiaramente non omogeneamente, neanche a dirlo, ma a macchie sporadiche, tipo patologia infettiva, tutto tranne la camicia indiana da un euro e cinquanta, ci avrei potuto scommettere. Completo intimo bianco in microfibra acquistato due settimane fa, la maledizione del primo reggiseno, di solito diventano grigi al terzo lavaggio, stavolta abbiamo almeno cambiato la tonalità, camicia bianca con gemelli che adoro, asciugamano, canotta e pancera...ci avete creduto per un attimo eh? Era solo un paio di calzini, infami. Potrei prendere tutto e buttare nel pattume. Ma tento con il piano B: la candeggina, che in Francia, si chiama Eau de Javel e che ci ho messo circa un anno e mezzo a capire come trovarla grazie ad un rabdomante specializzato e aprendo tutte le bottiglie al supermercato per annusare il contenuto come un formichiere.
Riempio due catini, aggiungo la fatale sostanza e lascio passare la notte in attesa del miracolo. Ho scelto la candeggina profumo aria di montagna e il mattino seguente la mia camera, che sta attaccata al bagno profuma di mentuccia e stelle alpine, sono ottimista fino a che non vedo il risultato: tutto esattamente come prima. Maledizione, stramaledizione fetente color agrume e non si può stare nel locale a causa dell’odore che perfora le narici. Sciacquo tutto, stendo e mi dirigo in ufficio, non mi rassegno, devo trovare un piano C. Intanto ho le mani che puzzano cosi tanto che sembra stia entrando in ufficio Cenerentola gusto Eucalyptus. Ostento un’aria indifferente, apro la finestra e mi spalmo il disinfettante anti influenza cercando di mascherare l’aroma. A pranzo usciro’ a comprare la tinta per tessuti e trasformero’ tutto in azzurro jeans. L’importante è non arrendersi mai. Infatti appena arrivata a casa, seguo le istruzioni, metto le vaschette colorate nella lavatrice, aggiungo mezzo chilo di sale grosso che mi è costato quattro euro perchè è un sale speciale... si speciale per le gine come me che lo comprano perchè hanno distrutto un bucato. Comunque inserisco le cose rovinate e faccio partire il programma. Dopo un’ora estraggo la mia camicia melone convertita in una camicia color azzurro jeans ma tempestata di macchie blu. E tutti gli altri capi hanno le stesse sembianze: puffi con il morbillo. Ma porca di quella miseriaccia infame! Non mi arrendo. Ridiscendo al supermercato, compro doppia dose di colorante nero e mezzo chilo di sale da cucina, chi la dura la vince cosi dice il proverbio? Ecco sorvolo sul fatto che alla fine di tutti i trattamenti la camicia sarà costata più di un capo d’alta moda firmato Jil Sander. Rimetto le vaschette in lavatrice, aggiungo il sale, un
pizzico di pepe, scorze di limone gratuggiate, una spolverata di grana, besciamella e... ops mi sono persa via un attimo, insomma butto la roba dentro e riattacco il programma. Passa di nuovo un’ora, un modo interessante di passare un pomeriggio non trovate? Dovrei scrivere ad una rubrica sul tempo libero, e quando riapro lo sportello: miracolo. Le cose sono diventate tutte nerissime, beh certo di che colore dovevano diventare? Rosso ciliegia con un colorante nero? Talvolta mi sorprendo del mio acume, della mia intuitività quasi scientifica. Ma che belle che sono! Persino la camicia da notte rosa che avevo battezzato con un pennarello rosso e diventata nera con gli elasticini beige, fa molto Armani. La tshirt bianca maculata è diventata nera con le cuciture bianche e potrebbe tranquillamente essere un capo Dolce e Gabbana mentre la famosa camicia con le pieghine sul petto è splendidamente nera, anche lei con le cuciture bianche, ma fa molto chic, stile Pirati dei Caraibi, bellissima, sono molto orgogliosa di me, devo solo mettermi una benda sull’occhio, trovare una spada, indossare i miei stivali a punta e trovare un vascello, poi sono pronta per recarmi in ufficio. Dovete tingere qualcosa? Passate di qua, che al terzo tentativo becchiamo anche il colore giusto. Comunque visto che sbagliando si impara direi che l’insegnamento di questo episodio è quello di usare sempre e solo colori molto scuri per colorare. Come? Non ho capito, c’è qualcosa di più importante? Ah, che magari è meglio non mettere le camicie arancioni nei bucati bianchi, si scusate, questo punto lo davo già per acquisito. Non da me di certo, ma ho fiducia in voi uomini e donnine di casa. Regine e reginetti del focolare, principi dell’elettrodomestico.
Un altro mio dogma sono i vetri. Lavarli una volta a stagione, dove per stagione intendo Autunno/Inverno e Primavera/Estate, come nella collezioni di alta moda, decisamente cool. Mia madre lo sa e per questa ragione ha ridotto l’affetto che nutre nei miei confronti, mi disconosce quando dichiaro questa cosa, so che in questo momento sta chiamando il mio comune di nascita per farsi togliere la maternità. In fondo, siate onesti, a Parigi, dove piove ogni giorno e dove non ho uno straccio di persiana, quanto dura il mio brillantissimo vetro? Massimo mezza giornata, quindi è uno spreco di energie, ci sono cose più utili da fare: una torta di carote per restare in tinta con il bucato, leggere il volantino dei saldi delle Galerie, pettinare le bambole! Si pulisce seguendo la pianificazione suddetta o nel caso di visite straordinarie, quando viene mia mamma appunto, direi più che sufficiente. E poi ci sono sempre le tende, basta tirarle in caso di emergenza e millantare una rara malattia della pelle a causa della quale non potete restare a contatto della luce. Strategica professionista della menzogna e della dissimulazione.
Passiamo allo stirare. Questa è un’attività che mi diverte moltissimo, basta svolgerla guardando la televisione e fare in modo che non si accumulino più di due lavatrici alla volta, altrimenti il carico diventa ingestibile e poi con due, arrivi giusta giusta a vederti un film in dvd. Piccolo accorgimento, se nel film l’attore principale è Brad Pitt, prestate un po’ di attenzione a dove fate scorrere il ferro, se riuscite a tenerlo lontano dal corpo, mentre sbavate davanti al video, con gli occhi a cuore è meglio. Una mia amica, una che conosco abbastanza bene, che vive a Parigi, che corre la dieci chilometri, si è impressa una riga di fuoco sulla pancia mentre stirava in costume a luglio. Non mi ricordo bene come si chiami, magari non la conoscete neanche....

THE MAID (La Bonne) - Film

Premio del migliore film straniero al Festival Sundance 2009.

E devo dire meritatissimo. Ci sono andata con un po’ di scetticismo pensando di andare a vedere una cosa super impegnata che ti fa venire la bolla al naso dopo dieci minuti: film cileno, in lingua spagnola, sottotitolato in francese, très chic ma che sonno. Invece assolutamente no. Un piccolo cameo. La storia di Raquel, una ragazza che fa la cameriera nonchè tata in una casa e la cui vita è completamente dedicata alla famiglia per la quale lavora. Solo che ad un certo punto questo rapporto cosi esclusivo la fa entrare in un tale stato di possesso che le cose degenerano al punto che quando le offrono di assumere un’altra cameriera per aiutarla nei lavori, lei fa di tutto per farla fuggire e i rapporti con la famiglia cominciano ad inasprirsi. Questo fino all’arrivo di Lucy, l’ennesima assunta che le deve resistere, ma Lucy è diversa. Non vi dico altro, perchè non ve lo voglio guastare. Merita davvero. Un film di una durezza incredibile e allo stesso tempo con delle punte di umanità straordinaria. Un film che fa riflettere sulla vita di queste donne che vengono sradicate dalla loro famiglia e che dedicano tutta la loro vita ad una famiglia che le adotta e che loro adottano, ma che resta non la loro. Voto 8.

7 ANIME – G. Muccino

http://www.youtube.com/watch?v=gFTK1bAhBz8


Bocciato. Strano detto da me vero? Beh ecco in breve la trama. Un uomo, Will Smith, in un incidente stradale uccide sette persone e la sua redenzione consisterà nel cambiare la vita di altre sette. Se siete depressi non guardatelo, perchè vi aumenterà la depressione. Se siete di ottimo umore non guardatelo perchè diventerete depressi. Buonismo a gogo, sentimentalismo a fiumi, una vera americanata direi, il fatto è che non fa neppure piangere, rimani a bocca aperta perchè non credi a quello che vedi. Strano che io sia cosi radicale vero? Pero’ non mi è piaciuto proprio per niente, del tutto improbabile tra l’altro, non lascia niente. Neanche Autumn in New York era riuscito a fare peggio... Insomma voto 5. Eppure ha incassato un sacco di soldi in America pare. Boh. Sconsigliato.

lunedì 12 ottobre 2009

Il gioiello olistico

Di solito quando intervistano i comici e chiedono loro da dove traggono ispirazione, la risposta è: dalla realtà, dalle cose che capitano tutti i giorni. Mostriamo scetticismo a questa dichiarazione, ma basterebbe fare un pochino più di attenzione o semplicemente osservare cosa accade nella mia vita per rendersi conto che in effetti si tratta di una sacrosanta verità.
Lunedi ricevo una mail dalla mia amica Gabriella che mi invita a vedere una mostra di gioielli organizzata da una sua conoscente. Decisamente interessante, quindi coinvolgo anche Roberta nell’evento che tra le altre cose è un’esperta sull’argomento della massima levatura, insieme abbiamo cercato di farci stimare e comprare un diamante da ottantaquattro carati di proprietà del sultano del Top Capi a Istambul, ma chissà come mai non ce lo hanno neanche fatto provare...
Come al solito approssimativa e superficiale, non apro il link allegato che spiega l’evento e mi reco all’appuntamento ignara e impreparata. Gabri mi racconta che ci sarà una parte introduttiva in cui verranno spiegati i benefici dei gioielli. Ma perchè qualcuno mi deve anche spiegare perché procura gioia indossare un monile? Sfoggiare un solitario o esporre un collier? Cosa diceva Marilyn? Diamonds are a girl best friends e noi ci fidiamo di lei, mica devo convincermene, sono già straconvinta. L’esposizione si svolge in un centro yoga ed entrando mi tocca togliere le scarpe, scendere dal tacco otto e appollaiarmi su un cuscino zen. Comincio a comprendere. L’oratrice spiega che il corpo è fatto di onde, non siamo materia, siamo antimateria. O santiddio, ma dove sono finita? Ora mi farà levitare nella sala come una pagnotta? Poi tenta l’approccio scientifico: sapete perchè quando schiacciate l’interruttore la luce si accende? Beh tecnicamente io no, pero’ Edison lo sa, se lo chiami te lo spiega, no? Ecco cosi come accettate di non sapere perché si accende la luce (ma non è che lo accetto è che c’è una spiegazione scientifica dietro, mica un evento paranormale!) accettate anche l’esistenza delle onde che il vostro corpo propaga e che si diffondono intorno a voi. Roberta mi guarda è sghignazza e io mi trattengo ma la lacrima da riso mi scende sulla guancia.
Poi spiega che è il gioiello che ci sceglie, non siamo noi a scegliere lui. Su questo non c’è dubbio, ora le chiedo se puo’ chiamare il mio fidanzato e tutti i fidanzati del mondo e spiegarlo anche a loro che sarebbe un’azione decisamente utile per l’umanità femminile e risolverebbe un sacco di situazioni conflittuali.
Abbiamo anche il momento test. Testiamo come il gioiello fa convergere la nostra energia nel nostra ciakra (eh? Cosa è un ciakra? Ha del cioccolato sopra? E’ di sfoglia? Piccante? Ripieno? Si puccia nel caffè?) e rafforza l’equilibrio.
“Scegliamo una persona a caso nella sala. Si tu, la ragazza con i capelli lunghi che sta sorridendo”, in realtà sono io e sto sghignazzando con Roberta, ah miseria ladra, ma allora sono io, accidenti! Ora rido già di meno. Mi alzo e mi dirigo al centro, con l’entusiasmo di un leghista in viaggio per Siracusa. Mi fa scegliere un gioiello e mi fa portare il cellulare, conduttore di energia negativa e destabilizzante e poi davanti a tutti testa il mio equilibrio con e senza il monile.
Piedi uniti, senza niente in mano, mi tira per un braccio ed io mi inclino sollevando il braccio opposto al lato verso il quale mi tira. “Vedi? Vedi questo è il tuo equilibrio naturale.” Prendo il cellulare che tengo con la mano opposta a quella con la quale mi tira verso un lato e lo appoggio sul cuore. Rifa l’esercizio e ovviamente a momenti cado. “Visto? Visto? Il cellulare emana onde negative che minano la tua stabilità.” Beh certo cara, gran visir della meditazione, visto che non posso alzare il braccio per controbilanciare! È scientifico non è l’energia. Non vi racconto neanche di Roberta che ci guarda allibita e di Gabriella che con la scusa di una telefonata è uscita in cortile e mi ha abbandonato con la Santona. Terzo test. Indosso l’anello e tengo il cellulare. Lei mi tira di nuovo ma stavolta stranamente non mi muovo di un centimetro. In effetti la cosa al momento mi lascia incredula, ma sono certa che documentandomi trovero’ una spiegazione. L’anello mi ha scelto. Il mio ciakra è salvo. Lo devo comprare quindi! Torno al mio posto. Certo non è niente male avere un’autorizzazione scientifica allo shopping. Devo capire se funziona anche con una borsa di Dior.... mi sento che solo a scriverlo mi si è allineato il ciakra.
Finito l’esperimento l'Ispirata chiede delle testimonianze. Una signora dichiara che domenica mattina si è svegliata ed era sotto tono, che ha indossato il suo ciondolo e improvvisamente si è sentita piena di energia. No, dico, non è che in mezzo ci è passata la colazione e un caffé fatto come l’Italia comanda? Vabbè. Lascio perdere.
Sessione di presentazione finita, possiamo finalmente andare a sceglierci i gioielli. Mi viene subito in mente che posso prendere qualcosa per fare un regalo alle mie amiche, solo che se il gioiello deve sceglierle come diavolo si fa se lo scelgo io? No, non si puo’ regalare, semplice.
Chiedo indicazioni con un filo di ironia nella voce e l’esperta mi dice che non c’è problema, che testerà me e sentirà se il regalo prescelto va bene per la destinataria. Osmosi pura. Sono sempre più curiosa.
Scelgo un’amica, scelgo una cosa e poi gliela sottopongo. La scena che si presenta ad un visitatore esterno è la seguente: la meditatrice/venditrice zen ed io, una di fronte all’altra con in mezzo uno sgabello, sui cui è posato il bijoux, la mia mano destra che lo tocca, la mia mano sinistra appoggiata sul cuore. Lei con una mano tocca la mia che tocca il bijoux e con l’altra regge un pendolino come quello di Mosca. Roberta cammina con aria indifferente intorno a noi facendo finta di contare i nodi nel parquet. Io che invece di pensare all’amica a cui devo fare il regalo per trasmettere il flusso di onde, penso a voi, al blog e a cosa scrivervi appena torno a casa. Gabriella, la donna più PR del mondo, sta al telefono con un giornalista di TF1, tiene in attesa il suo ventesimo corteggiatore ed intanto negozia l’acquisto di un foulard sulla terza linea.
La ragazza chiude gli occhi, io con un occhio chiuso guardo lei, con l’altro guardo Roberta, medita un attimo, comincia a far muovere il pendolino che oscilla circolarmente (Foucault si sta rigirando nella tomba nello stesso istante per il ribrezzo) e dichiara: tu vuoi molto bene a questa amica. No guarda a me di solito le amiche mi stanno un po’ sui maroni. Certo che è proprio veggente. Profetica. Sento, sento, che.... che questo regalo le piacerà. No, ora ditemi quante probabilità c’erano che mi avrebbe detto che il regalo che avevo scelto per una persona che conosco da dieci anni, le avrebbe fatto schifo! Mancasse altro!
Insomma l’accendiamo e procedo all’acquisto rassicurata dal fatto di sapere che ho una vaga idea del gusto delle persone a cui voglio bene e che conosco da una vita... Insomma l’evento volge al termine. Con il nostro acquisto sotto il braccio usciamo in strada, un quartiere, osservato ora con un po’ più di calma, in cui ha del miracoloso riuscire ad arrivare non scippate fino alla metropolitana, magari potremmo andare via a cavallo di un tappeto volante, tanto il flusso energetico di cui è fatto il nostro corpo non pesa!

TAGLIA E CUCI – M. Satrapi

Un libro, anzi no, un fumetto. Un gruppo di donne iraniane che si incontrano per un thè nel più tranquillo dei pomeriggi e in pochi minuti caustiche, distruggono con grande umorismo e leggerezza le loro vite matrimoniali raccontandosi allucinanti eventi che le hanno caratterizzate o quelli di altre amiche. Strettamente legate ad una cultura maschilista gretta e meschina che ancora vive nel loro paese e a consuetudini cosi lontane da quelle occidentali, per loro spesso il matrimonio è una fuga per diventare poi un nuovo carcere. Ironico, sfacciato, talvolta un po’ volgare, divertente, amaro e doloroso. Originalissimo, sicuramente leggero’ anche il suo primo libro, Persepolis, da cui è stato tratto anche un film. Voto 8.

KILL BILL 1 e 2 – Quentin Tarantino

Kill Bill 1


Kill Bill 2


Sangue a fiumi, come in tutti i fumetti che si rispettino. Grandi combattimenti, spade cosi affilate da poter tagliare il marmo. Un buono, anzi una buona, Uma Thurman, magnifica, che si deve vendicare e un sacco di cattivi, ma cattivi sul serio. I cattivi sono anche bellissimi spesso: una Lucy Liu cosi spietata da tagliare la testa ad un associato solo per aver osato contraddirla. Una Daryl Hanna senza un occhio, piratessa assassina che uccide con un Black Mamba, il serpente più velenoso del mondo. Un David Carradine cosi odioso da farci venire il dubbio che in fondo un po’ di bontà ci sia.... ma il dubbio sarà spazzato via? Ho fatto la rima, ma è casuale, non fateci caso. Il primo film molto più combattimenti e molto più Giappone e Samurai, il secondo più lento, più carattere dei personaggi, più vecchio West. Colonne sonore capolavoro, nel secondo addirittura un pezzo di Sergio Leone perchè le scene lo richiedono a gran voce. Tarantino aveva previsto che si trattasse di un solo film, ma il progetto assunse dimensioni tali che la casa di produzione decise di dividerlo in due parti che non si somigliano ma che si completano. Se una sera non volete pensare a nient’altro ve li consiglio vivamente. Voto: Kill Bill 1 7 ½ e Kill Bill 2 7.


domenica 4 ottobre 2009

Odissea, ovvero la 10 chilometri

Nella vita della gente capita che ci sia la prima Dieci Chilometri. Ecco, nella mia questo é successo stamattina e inspiegabilmente sono ancora viva per raccontarlo.
Mi alleno da meno di un anno, correndo un paio di volte alla settimana con l’entusiasmo della tartaruga Franklin: la bella tartaruga che cosa mangerà? Chi lo sa, chi lo sa? La tartaruga un tempo fu, un animale che correva a testa in giù, come un siluro filava via, che ti sembrava un treno sulla ferrovia. Ve la ricordate? Era di Lauzi e vi assicuro che non é una battuta, so che la mia cultura musicale vi lascia sempre senza parole, comunque poi la tartaruga si schianta contro ad un muro, ecco da dove viene tutta la mia prudenza.
Prima domanda: ma come diavolo mi viene in mente di partecipare ad una gara che si chiama Odissea? Il nome di per sè dovrebbe scoraggiare gli arditi, ma no, una buona dose di autolesionismo mi stimola alla sfida. Ma perché dico io? Ma non posso andare a mangiare un gelato come tutti gli altri? No, perché a Parigi il gelato fa schifo. Sfogliare le margherite al parco domandando Piove domani o Piove martedi? Come se ci fosse qualche dubbio sulla risposta: piove tutti e due i giorni, evidente domanda trabocchetto. E perché no, andare alla ricerca di un museo chiuso per sciopero? Questo no, perché l’incarico terminerebbe dopo pochi istanti data la proverbiale propensione del francese allo sciopero. Quindi si va a correre punto e basta. Alza il sedere da quel divano e vai a consumare le calorie in eccesso che si accumulano in modo evidente sul tuo corpo. Anche perchè la vera ragione della corsa è decisamente più motivante: la raccolta di fondi per la ricerca contro il cancro al seno. Quindi non ci sono scuse che tengano. Metti le nike e fuori dal letto.
Questa settimana sono andata un paio di volte ad allenarmi affrontando i dieci chilometri, proprio per non dover ricorrere alla croce rossa dopo i primi tre durante la manifestazione e mi rendo conto che la mia velocità é pari a quella di Nonna Abelarda mentre guarda una vetrina, certo che correre dovendo aspettare che il semaforo diventi verde non é proprio il massimo, ma almeno queste brevi e sporadiche soste mi lasciano il tempo di abbassare le pulsazioni da 234 a 205.
Insomma quando la sveglia suona alle sette io sono già con l’occhio pallato da almeno mezz’ora, agitata come una bertuccia in gabbia. Ma sei scema? Ma guarda che non è che devi arrivare prima, devi solo arrivare in fondo in modo dignitoso, ti agiti per cosa? Non lo so, lo spirito d’avventura, l’affrontare una cosa nuova e poi é bello essere agitati dai: passami la bottiglia dei fiori di Bach che mi faccio un cicchetto prima di partire, ma non é che mi fanno il test antidoping magari e mi squalificano? Vai vah...
(Star di TF1, il presentatore del TG!)
Insomma alle otto e trenta sono al punto di raduno con alcune colleghe e sia ringraziato il cielo scopro che non correro’ da sola, Veronique, Brigitte e Agnès correranno con me. Alle nove facciamo quindici minuti di riscaldamento con la musica prodotta da un gruppo di ragazze che suonano strumenti a percussione con un ritmo decisamente stimolante. Dopo cinque minuti sono già stanca e sento che questo sforzo gratuito mi toglierà le energie per affrontare l’ultimo chilometro. Quindi mi muovo ma senza troppa convizione, un po’ come fare ginnastica in playback, stacco appena i
piedi dal suolo, muovo le braccia come Cecchetto, ma i piedi rimangono saldi al suolo, minimizzazione dello spreco energetico, un po’ come la Marini che si esibisce al Bagaglino.
Ho anche un microchip nella scarpa che segnalerà il mio tempo, mi sento superprofessionale con questo aggeggio tecnologico, ma soprattutto per la prima volta, sapro’ quanto diavolo ci metto per coprire la distanza visto che quando lo faccio da sola non sono sicura nè dello spazio nè del tempo, il cardiofrequenzimetro la maggior parte delle volte mi dice che il mio cuore non ha battito, praticamente una salma in movimento, sono morta e non lo so. Certo che un controller che non é sicuro dei numeri suscita qualche perplessità, lo ammetto.
Ore nove e trenta, si parte. Siamo più di cinquemila e noi di certo non siamo tra le prime. Dopo i primi cinquecento metri, sono attonita e incredula ma.... MI SCAPPA LA PIPI’. Ma noooooo! Ma non bevo da una settimana come in India per non avere stimoli, ma come é possibile? Come faccio a fare i restanti nove chilometri e mezzo? Ho un’idea: posso sudare tanto, mettermi a piangere, soffiare il naso e favorire l’uscita di liquidi da altre parti, sono astuta come una faina, ora mi sforzo, ma non troppo perché se no me la faccio addosso.
Al chilometro due perdiamo Brigitte e Agnès che sono un pochino più lente mentre Veronique ed io procediamo allo stesso ritmo. Veronique comincia a parlarmi, dice che il buon ritmo di corsa si misura da questo, devi poter fare conversazione. Ora, detto a me che normalmente bisogna spararmi per farmi star zitta, parrebbe ridondante, ma in questa occasione mi sento molto meno portata allo scambio vocale del solito. Quindi mi limito a brevi risposte, tipo oui, non, clairment, pas vraiment, mais c’est sure, con il timore che una parola di troppo mi liberi la vescique.
Al chilometro tre, mi entra un pezzettino di legno nella scarpa da tennis, che si piazza sul dorso del piede destro, proprio sotto la caviglia, incastrato nella calza e trattenuto dalla stringa che ad ogni passo mi si conficca nella carne, ma non ci si puo’ fermare, chi si ferma é perduto. Quindi stoica procedo, all’arrivo avro’ le stigmate per questo mio sacrificio doloroso.
Chilometro cinque, c’é un area di ristoro, ma no! Non l’autogrill, pero’ si distribuiscono acqua, frutta secca e biscottini. Ancora adesso mi chiedo cosa mi abbia trattenuto dall’avvicinarmi, forse la folla di cavallette impazzite che ho visto gettarsi sulle prugne secche (ma cosa succede come conseguenza fra dieci minuti? Turche a go go nascoste nel bosco? É per ridurre il numero dei concorrenti?) o i simpatici burloni che si sono lanciati bicchieri d’acqua addosso pensando si trattasse di una gara di gavettoni o il bambino prodigio sorpreso a sbocconcellare la galletta al cioccolato e poi a rimetterla dentro al piattino mescolando per nascondere il misfatto... Insomma, come il bacio del crocifisso in processione diffondeva la peste a Milano, cosi l’accalappiamento della cacahuète diffonde la Grippe Porcine a Vincennes, stasera tutti a casa infetti e da domani caccia all’untore.
Al chilometro sei, dal mio mp3, fedele compagno di mille avventure, parte una canzone che dice: “I need a miracle”, lo so, é un segno del cielo, anche lassù sanno che sto per stramazzare al suolo, tra l’altro sempre con riferimento al concetto di numero, sono quasi certa che questa tappa non sia di mille metri, mi sembra che la distanza tra il sesto e il settimo sia almeno di duemilacinquecento, potrei scommetterci. Lo fanno apposta, mettono delle tappe diseguali, per confonderti, per farti ritirare, infami. Ma noi non si cede. The show must go on.
Chilometro otto, perdo Veronique, che correndo a bordo strada costeggiando il parco, viene catturata da un nuvola di polvere sollevata da quelli che sono davanti a lei. Io sono a favore dell’asfalto, anche se so che cio’ avrà delle conseguenze irreparabili sulla mia schiena quando saro’ in casa di cura fra qualche anno e la dieci chilometri la faro’ con la gamba di legno a cavallo di una carrozzella.
Chilometro nove. Qualcuno afferma che stamattina prima di partire io abbia dichiarato: dall’ottavo chilometro tiro come una pazza? Ma siete proprio sicuri che l’abbia detto io? No, perché guarda che non c’ero mi sa, stavo guardando lo stand di Dior (giuro che c’era lo stand di Dior e non dite che sono andata per quello perché non lo sapevo e poi non avevano neanche una borsetta o un foulard). Ma no, ho detto che all’ottavo tiravo a campare, non avete capito. Insomma al nono ho le visioni, vedo i sette nani: Rotolo, Tombolo, Strangolo, Soffoco, Rantolo, Rincorrilo e Ricoveralo. Mi appare anche Bolt, travestito da detersivo forse con esplicito riferimento allo stato della mia chicchissima maglietta rosa Odissea ormai fucsia di sudore, mi sembra che il traguardo si allontani invece di avvicinarsi, ho anche visto la striscia della mezzeria sulla quale corro per non perdere l’orientamento stortarsi a onda, fare un fiocco e andare su e giù tipo parabola per allungare la strada. Ne sono certa. Devo smetterla con i biscotti al burro per colazione, sono allucinogeni.
1 ora 6 minuti 2 secondi, tempo di arrivo. Una vera chiavica. Presto scopriro’ la mia posizione in classifica, mi basta essere tra i primi tremila, minima pretesa. La graduatoria nelle prossime comunicazioni.
Ci ritroviamo tutte al punto di partenza soddisfatte e sorridenti, un veloce giro di shopping allo stand dell’organizzazione (le vere professioniste del portafoglio si vedono in questi momenti), tanto più che tutto quello che spenderemo andrà in beneficienza, quale migliore giustificazione? E dopo un giro di tartine siamo pronte per tornare a casa. Ovviamente di corsa..... come? Non é vero? Miscredenti. Eh? Mi spunta il biglietto del metro dalla tasca? Chi? Eh? Scusa mi suona il telefono e poi avevo il vibracall e non ho sentito, si il cane mi ha mangiato il compito.... clic.

Les Indispensables de La Dispensa di Miranda Martino

Apro il mese di ottobre presentandovi Les Indispensables de La Dispensa. Anna. Ed io, Miranda. Siamo la prima linea, le front women, il biglietto da visita della Dispensa. Dopo aver letto i nostri profili capirete quindi perché il resto dei soci è in analisi.Ed eccole qua, Madame Parasol e Madame Poubelle. Mme Parasol: la figlioccia di Yul Brinner, la soldato Jane della Bricca, insomma la femme rasée. È l’addetta al montaggio e al posizionamento dell’ombrellone nel dehor. Ombrellone che, aperto, è grande come la piazzetta di Capri ed è anche tecnologicamente avanzato, si apre e si chiude a manovella. Madame Parasol c’est moi. E, devo confessare, a me l’ombrellone fa paura. Nonostante la base di 15 kg che dovrebbe farlo aderire al suolo come una calamita su un frigo, appena soffia un alito di brezza di mare il nostro oscilla come una canna al vento. E cade anche! Ha quasi ucciso il cactus del vicino dehor (e per fortuna non ha fatto vittime umane). E una volta la bricca, e una volta il parasol, il mio destino è “domatrice di oggetti imbizzarriti”. L’altra metà di questo cielo nizzardo è Madame Poubelle. Ha diverse caratteristiche che potrebbero farvi ricordare di lei: labbra rosse, occhiali che sembrano nati con lei tanto le stanno bene ma, soprattutto, una massa di ricci rossi. Infiammati e vivaci come i suoi pensieri. Provate ad immaginarci insieme: la liscia e la gassata. Mme Poubelle è l’addetta allo smistamento immondizia, compito che svolge con grazia ed eleganza, gettando quotidianamente sacchi di “spazza” rigorosamente abbinati agli abiti che indossa, tenuti in mano come se fossero borsette di Vuitton. Le nostre due signore si occupano anche della gestione generale della Dispensa e del rapporto con i clienti. Ecco. Forse avrò già avuto modo di scrivervi che entrambe parliamo un francese quantomeno pittoresco. Io l’ho studiato e mai praticato, ho una pronuncia che fa venire non già la pelle d’oca, le smagliature! E, malheureusement, confondo le poche parole che conosco. Un esempio eclatante: ad un signore che mi chiedeva se un piatto del menù era caldo o freddo ho detto che poteva scegliere ,ma io consigliavo di scaldarlo. Scaldare si dice “chauffrer” io invece ho detto “si vous voulez on peut le chausser” che suona tipo “se lo desidera, signore, il suo bollito lo possiamo indossare” o meglio, calzare. “Chausser” infatti, pare che significhi indossare una scarpa o qualcosa del genere. Il mio cliente ha detto “oui”. Poi avrà raccontato agli amici che alla Dispensa hanno un ottimo bollito, merito di una tecnica innovativa: lo massaggiano con le dita dei piedi prima di servirlo. Anna invece non ha mai studiato francese dunque, fa un po’ quello che facciamo tutti noi apprendisti di una nuova lingua: traduce letteralmente dall’italiano, con risultati esilaranti. Anche in questo caso, un esempio. La nostra chiedeva “la penna per scrivere il numero”, la pen pour marquer le numero”. Penna si dice “stilo”. La pen, letto così come lo vedete in francese suona come un’altra parola “lapin”, coniglio. E dunque “hai un coniglio per segnare il numero?” . Vi confesso che anche io vi scrivo con lapin dal treno, è un casino tenerlo fermo! Insomma questa lingua d’oil ci crea qualche problema, parliamo meglio la lingua dei sott’oil. E anche il nostro italiano ne risente. Vi lascio pertanto con questo gioiello. In un momento di entusiasta conversazione sui nostri prodotti abbiamo detto “potremmo usare le nostre cipolline boreali”. Questa non ve la spiego, so che la capirete. Vi invito solo a venire a provarle le nostre cipolline. Se vi concentrate e siete fortunati potreste vedere il raggio verde.

IL PICCOLO PRINCIPE – A. De Saint Exupéry

Letto, riletto, straletto, praticamente ogni tre o quattro anni lo riprendo, lo rileggo e ogni volta riesce ad emozionarmi perché scopro qualcosa che non avevo mai notato prima, stavolta l’ho letto in francese: é dolce e scorrevole. Capitolo XVII. Il piccolo principe al serpente: “Ma dove sono gli uomini? Si è un po’ soli nel deserto...”, “Si é soli anche tra gli uomini...” disse il serpente.
E ancora, Capitolo XXI, il mio preferito, l’incontro con la volpe: “Addio” disse la volpe, “Ecco qua il mio segreto. E’ molto semplice: vediamo bene le cose solo con il cuore. L’essenziale é invisibile agli occhi. E’ il tempo che hai speso con la tua rosa che la rende importante. Sei responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Sei responsabile della tua rosa”.
Insomma come non innamorarsi di un piccolo principe che ama i tramonti e che un giorno in cui si sente particolarmente triste riesce a vederne addirittura quarantaquattro? Un principe che pretende sempre una risposta alle sue domande ma che non sempre risponde a quello che gli viene chiesto? Un principe che incontra un re che regna sul niente, un contabile che pensa di possedere le stelle perché le ha contate (e vi giuro che non sono io!) e un vanitoso “Ma il vanitoso non lo ascolto’, i vanitosi non ascoltano niente altro che le lodi...”. Voto 10. Penso che sia una delle 100 cose da salvare della terra.

domenica 27 settembre 2009

CRACK, come è saltato il sistema finanziario - Charles Morris di Andrea Negro

Cronaca strutturata di come la scuola di Chicago e la FED (con in testa Greenspan) abbiano dato vita ad un sistema basato su castelli di carta, con una serie infita di personaggi compiacenti e banchieri irresponsabili. Un po' tecnico, specie nella descrizioni di come funzionano i titolo derivati e gli hedge found, ma sorprendente, in particolare per chi è sempre stato abituato a lavorare nell'economia reale.
Al di là dei tecnicismi, 3 riflessioni; quanto sia pericolosa le deriva della cultura modenra, basata sul successo ad ogni costo, che alimente avidità ed ingordigia (quasi) come fossero le qualità di menti superiori. Quanto possa essere devastante la totale deregulation nei liberi mercati (profitti privati e pubbliche perdite). Quanto sia fondamentale per il futuro che il sistema politico abbia una lungimiranza e un coraggio che possa andare oltre la ricerca maniacale del consenso. Da non leggere la sera, se troppo stanchi

IO SONO DIO - Giorgio Faletti di Andrea Negro

Una donna detective, che vive solo del suo lavoro e un reporter dalla discussa reputazione sono i 2 soli personaggi in grado di smascherare un serial killer che fa esplodere interi palazzi a NY, senza una logica apparente, senza una rivendicazione.
Dopo un inizio mediamente lento, il libro prende un buon ritmo e la vicenda è sicuramente originale, per la sua trama. Forse un po' troppo frammentato il passaggio tra diversi filoni della storia, tra un capitolo e l'altro. Finale originale e di diffiicle intuizione per buona parte del libro.
Comunque non all'altezza del 1° libro, che secondo me è il migliore.

ATTENTI ALLE ROSE – Pino Roveredo

"Sergio mio, l'amore è come la montagna più grande del mondo, che bisogna scalare ogni giorno, scalino dopo scalino, emozione dopo emozione, usando sempre la precauzione di non raggiungere mai la vetta perché quando conquisti la cima, devi poi sopportare il versante noioso della discesa..."
"...non feci altro che pensare e ripensare all'ipotesi della montagna, quella che mi ero illuso di aver conquistato senza il soldo della fatica, frequentando l'uso delle scorciatoie e la leggerezza del sentimento e incassando il prestigio della cima senza averla mai conquistata.
L'amore è una montagna, la più grande del mondo, dove si sale, si scende, si scivola, si cade... e forse, ma perché no, ha anche la bontà di farsi riconquistare."

Questo è uno dei passi di questo libro che ho preferito. Parto dal voto: 9. Difficilmente mi capita di leggere qualcosa di cosi ben scritto, capace di dare cosi tante emozioni e di farti provare quello che il protagonista sta provando. Sergio un giorno viene lasciato dalla moglie Gianna, dopo anni e anni di indifferenza lei si è stancata ed ha preso la grande decisione. Lui piomba nella disperazione più profonda perché solo in quel momento si accorge di quanto lei sia importante per lui, ma senza capire davvero cosa ha sbagliato. Mentre narra di questo tormento inserisce ricordi di antichi personaggi che riaffiorano alla sua mente. Riuscirà a capire quale è stato il suo errore? Riuscirà ad autodistruggersi visto il suo cammino inarrestabile verso il fondo più fondo che riesce a toccare? E riconquisterà Gianna? Capolavoro. Leggetelo a meno che non siate appena stati lasciati.

giovedì 24 settembre 2009

La telefonata

Pronto? .... Non riesco a crederci, sei tu per davvero? Come hai fatto a trovarmi? Ma è possibile chiamare? Non lo sapevo, beh in effetti ripensandoci non mi sembra neanche cosi strano.
Certo che mi fa davvero impressione, pero’ sono molto felice.
Si, sto benissimo grazie. Vivo a Parigi. Ah già certo che lo sai, certe informazioni girano in fretta anche dalle tue parti suppongo...
Mah, diciamo che l’inizio non é stato facile per niente. Anzi, è stato proprio uno schifo, te ne sei andato via cosi velocemente che non ho avuto il tempo di realizzare quello che stava succedendo, accadeva e basta, senza che potessi fare niente, con quell’orrendo senso di impotenza di fronte all’ineluttabilità degli eventi. Questa é forse l’unica cosa che ho imparato in cinque minuti: sai che credo nell’infinita capacità dell’uomo di governare e indirizzare la propria vita, ma mi sono dovuta rassegnare al fatto che certe volte è la vita che governa te, non c’è scelta.
Tu stai bene? Sono contenta. Senti un po’. Ma te la ricordi quella volta che abbiamo dipinto tutta via Piranesi di azzurro? Si, si, la radio a manetta e tu che cantavi quella penosa canzone di Grignani che non voglio neanche citare...si, si, Ti rasero’ l’aiuola, certo che c’é di che vantarsi guarda! Beh io cantavo Onde di Alex Baroni, quindi forse é meglio che stia zitta...
Teli di plastica dappertutto e il dormire sul materasso appoggiato al tappeto della sala con il Gino che impazzito andava avanti e indietro attraverso la portina basculante nel cuore della notte? Quante botte gli avrei dato. E quando hai fatto cadere il secchio del bianco in bagno? Ahahah! Si, si é verissimo, adesso fingi di non ricordarti ma ti sei distratto un attimo e oplà, sembravi un fantasma coperto da capo a piedi!
Ma cosa dici? Io un fantasma in montagna? Beh certo mi chiedi di accompagnarti almeno una volta e la prima uscita che faccio mi fai scammellare per otto ore con 1200 metri di dislivello, vedi tu. Ti volevo strangolare con le bretelle dello zaino guarda, ringrazia che non ho avuto la forza di tirarlo via visto che sono morta sulla porta del rifugio per rinascere di fronte alla zuppa di Luciano. Certo che quanto russavate tutti quanti.... si é vero, mi ricordo che siamo scesi a dormire in cucina con il cane di quel tipo strano per non sentirli e nel cuore della notte si é alzato Ieio per andare in bagno cantando Iannacci in dialetto: Ho visto un re! Quanto ridere che ho fatto! Già veramente. E poi tutti quei mirtilli, ti sei salvato solo grazie a quelli guarda, se no non ti avrei più rivolto la parola accidenti a te, che fatica, miseria ladra.
No, non sono più andata a sciare. Eh lo so, ma non mi diverto come prima. Quindi sono andata una volta sola e poi più. Ma si, ora vedo, magari quest’inverno... No, nessuna delle girls scia. Si, si qualche altro amico che scia ce l’ho, pero’ boh, non mi é mai venuta la voglia, forse non sono ispirata... Li sciate? Ah si, un casino? Bene che bello! Dai che magari allora quest’inverno faccio un Ventina da cima a fondo senza fermarmi come ai bei vecchi tempi, che ne dici? Beh certo, poi il Bombardino, se no che senso ha la gran faticata? Siamo sempre i soliti: bere, mangiare e... ridere!
Come? Devi andare? Ti chiamano? Ok va bene. Ma mi potrai chiamare ancora? Come? Ah ho capito. Va bene, a presto spero allora.
Si, ok. Ti abbraccio forte forte. Ciao papà.

domenica 20 settembre 2009

LE COACH – Il film

http://www.youtube.com/watch?v=u4yK2UjCphs

Film francese, che vi auguro esca anche in Italia perché è davvero carino e con una tematica del tutto contemporanea direi: un coach, anzi il coach, il migliore (nel trailer noterete che viene assunto per assistere la Manaudou ai campionati europei!) assoldato in una multinazionale per affiancarsi ad un ingegnere, ritenuto erroneamente il nipote del presidente, bravissimo ma troppo gentile e trasformarlo in un vero squalo, il tutto senza che il coachato sia al corrente, bell’impresa eh? Inutile dire che il coach nonostante la perfezione e la sua invincibilità apparenti qualche problemino ce l’ha: perde 200 mila euro a poker, la moglie lo lascia e chiaramente non ha nessuno a cui chiedere aiuto. I due personaggi diventano amici e sarà possibile che ognuno di loro trasferisca all’altro la sua parte migliore? Chi sarà il vero coach e qui l’alunno? A voi scoprirlo! Gentile ed educato. Voto 7.

BRUEGEL, MEMLING, VAN EYCK, collection Brukenthal – MUSEE JACQUEMART-ANDRE

Lo so, lo so, ammetto che sono donna dai facili entusiasmi pero’ quando vedo qualcosa che mi entusiasma più del solito lo capite subito vero? Ecco siamo in uno di questi casi. Decido con Roberta di andare a vedere questa mostra di cui si sta parlando molto, trattandosi di una collezione privata messa generosamente a disposizione. 1600, tematiche differenti: i paesaggi, non più come sfondo ma come protagonisti dell’opera, capolavoro del Brughel il giovane che si intitola Paysage à la trappe aux oiseaux, del 1631, veramente meraviglioso; le nature morte, fino a quel momento il quadro aveva valore se ne aveva la cosa rappresentata e la natura non era considerata come patrimonio di certo, poi ad un certo punto nasce una corrente che ne rivendica il valore, Roberta sostiene che una delle domande del Trivial Pursuit è: chi fu l’iniziatore delle nature morte? Pare Caravaggio, ma questa informazione va verificata grazie a fonti più autorevoli ovviamente! La chicca su questo tema è Joris Van Son con Nature Morte d’apparat avec colonne, 1662 con magnifiche tonalità di rosso. La pittura religiosa, Tiziano, con l’Ecce Homo, bello, ma a questo punto devo dare ragione a Roberta bisogna completare la visione: al museo e non nella mostra vediamo l’Ecce Homo del Mantegna, commovente lo sguardo del Cristo. Che si fa? Si mettono in competizione un Mantegna e un Tiziano? Ma non scherziamo, vah! Andiamo avanti. I ritratti, vi cito solo l’Homme au chaperon bleu, del Van Eyck, in tutti i libri d’arte, una cura del dettaglio che lo fa sembrare più simile ad una fotografia che ad una pittura, che in realtà è la caratteristica principale dell’opera del ‘600. Per quanto riguarda il Museo vi dico che è bellissima la struttura, un hotel particulier abitato da questa coppia dedita all’arte... si insomma ve la racconto tutta: lei sposa lui per interesse (i tempi non cambiano le abitudini!! Eheheh) e siccome lui è ricco, già se no perché lo avrebbe sposato, lei si dedica al suo hobby: la collezione di opere! Complimenti, a trovarne! C’é da dire che pero’ le viene decisamente bene essendo donna dotata di gran gusto, evidente anche dall’arrendamento della casa che da immediatamente una sensazione di accoglienza e di calore. Soffitti affrescati dal Tiepolo, scusa eh? Pitture del Bellini, dell’Uccello, del Canaletto, Il ponte del Rialto et La piazza San Marco. Ci sono anche i francesi ma quelli ve li cercate da soli, scusate sono un po’ campanilista! Un’ultima nota, la famiglia possiede anche un Rembrandt; I pellegrini di Emmaus, famoso perché rappresenta quattro figure ma quando siete davanti al quadro ne vedete solo tre grazie al maestoso gioco di chiaroscuri e siccome non potevamo andarcene senza aver visto la quarta ci siamo avvicinate cosi tanto e da tutte le direzioni che abbiamo fatto scattare l’antifurto! Che gine! Per chiudere non puo’ mancare il coté godereccio, il museo è noto anche per la sua sala da brunch, che è uno dei locali di ricevimento della casa, tra affreschi, arazzi e quadri rinascimentali degusterete uno dei migliori di Parigi, che abbiamo testato per voi chiaramente! Voto collettivo: 10 a tutto!

LA SOAVISSIMA DISCORDIA DELL’AMORE – S. Bertola.

Ma dove è la Bertola che conosco io? Non in questo libro. Caruccio, ma deludente rispetto agli altri. Una sottile amarezza scorre tra le pagine. Troppi personaggi, quindi impossibile ricordarsi di chi ha fatto cosa, di chi sta con chi e di chi lavora dove e pensa come. Insomma, 4 ragazze che vivono strambe storie. Agnese, tornata dalla Cina perché il marito ha deciso di lasciarla per sposare due sorelle cinesi, Margherita, innamorata persa di un musicista che la chiama una volta ogni quattro mesi, Teresa, che deve sposarsi con Arturo pur non amandolo e il bello é che neppure lui ama lei ma non hanno il coraggio di infrangere i sogni in bianco delle due coppie di genitori, Emilia che é sposata con un medico senza frontiere che in Africa ha una nuova famiglia ma non vuole lasciare la vecchia! Insomma non continuo neanche a raccontarvi cosa succede perché mi sono annoiata a leggerlo figuriamoci a scriverlo. Leggete la Bertola ma questo lasciatelo perdere, piuttosto cominciate da A neve ferma, davvero carino, Biscotti e sospetti divertente e ironico, Aspirapolvere di stelle e per chiudere Ne parliamo a cena. C’é anche Se mi lasci fa male, ma se siete appena stata lasciate, lasciatelo anche perdere, dice troppe verità e vi farebbe piangere o ridere sulle cose che avete fatto e che state per fare!! Voto 5, del recensito non degli altri!

mercoledì 16 settembre 2009

I LOVE RADIO ROCK (GOOD MORNING ENGLAND) – Il film


Mi sa che in questo periodo sono particolarmente fortunata, perché ogni cosa che vado a vedere mi piace moltissimo. Oppure sono troppo accomodante, pero’ questo me lo direte voi. Puo’ essere anche che scelgo bene no? Eh eh!
Per quanto riguarda questo film inglese, direi che i miei amici sono stati li li per assassinarmi alla settima dichiarazione di quanto mi fosse piaciuto. Pero’ sono miei amici e in quanto tali abituati alle mie manifestazioni eccessive di entusiasmo, quindi mi hanno solo guardato con benevolenza e affetto misto a compatimento... Grazie amici miei.
Il film racconta di una radio pirata inglese, Radio Rock appunto, che ha la sua sede in una nave, che tras
ette 24 ore su 24 il meglio del rock dell’epoca grazie ai suoi indimenticabili dj, ognuno con qualche passone musicale particolare e con vicende personali che verranno raccontate con ironia e battute caustiche. Il governo decide di fare scomparire ma loro tentano di resistere nonostante tutto.
Punto 1) colonna sonora memorabile, il meglio del rock degli anni’60. Janis Joplin, Cat Stevens e molti altri ancora, quindi prima cosa fatta, acquisto del relativo cd. Punto 2) Seimour Hoffman, che interpreta il Conte, uno dei Dj di punta della radio, grandioso nel suo personaggio. Punto 3) i costumi, fateci caso, abiti degli anni ’60 cosi colorati, eccessivi, kitck, da aver voglia di trovarli in un negozio e indossarli domani. Voto 8. ps. Chi ricosce nel RE, il compagno di stanza sfigato di Hugh Grant in Notthing Hill, qui trasformato in un sex symbol?

INGLOURIOUS BASTARDS – Il film

http://www.dailymotion.com/video/x8dbn1_inglorious-basterds-trailer-vostfr_shortfilms

Capolavoro di Tarantino. Assolutamente nello stile che conosciamo: sangue, ironia e fumetto. La storia è orginale. Un gruppo di ebrei proveniente da ogni dove che costituiscono una squadra punitiva contro i soldati nazisti in azioni particolarmente rischiose. Niente dettagli sui personaggi, li lascio scoprire a voi, vi dico solo che Brad Pitt, il capo della famigerata squadra, Aldo Raine, detto l’Apache, perché prende lo scalpo alle sue vittime, che è davvero un professionista fuori dal ruolo del bellone strappacuori. Due ore e mezza di film, ve lo dico subito, ma vi assicuro anche che volano via senza che ve ne accorgiate. Rimarchevole presenza di Christoph Waltz, che ha vinto il premio d’interpretazione maschile e che interpreta il Cacciatore di Ebrei. Voto 9. Un film che consiglio a tutti, salvo a chi non tollera la violenza sebbene paradossale.

UN PROPHETE – Il film


Chapeau al film francese, come sempre in grado di descrive temi scottanti e profondi con realismo e senza censure. Questa volta si tratta del sistema carcerario francese, ovvero come vedere entrare in carcere un ragazzetto di diciannove anni spaventato e incerto e come vederlo uscire dopo sei trasformato in un astuto, spietato, violento criminale professionista. Attori sconosciuti e bravissimi. Il film pare abbia sconvolto Cannes, violenza inaudita, ma non mi riferisco al sangue, sebbene alcune scene in effetti siano particolamente dure, ma a quella psicologica, al fatto di sapere che non c’è via di scampo, che non c’è riscatto, che non c’è altro modo di uscirne che essere peggio degli altri. E quando il crimine ti permette di fare tutto quello che mai nella vita hai potuto fare prima diventa impensabile prendere una decisione diversa. Quando esci hai lo stomaco aggrovigliato. Gli animi sensibili non ci vadano. Per tutti gli altri da non perdere. Voto 8,5.

mercoledì 9 settembre 2009

PIU’ BELLA DI COSI – M.D.Raineri

Leggero, meravigliosamente leggero. La protagonista é una ragazza decisamente grassa, innamorata di un attore secondario di telenovela, con un lavoro noioso da un commercialista dispotico, lasciata dal fidanzato per un uomo... cosa altro le puo’ accadere di peggio? Scoprire improvvisamente che ha una sorella frutto di una serata di follia dei genitori. Che questa sorella pesa al massimo quaranta chili e ha quaranta tipi di disturbi alimentari e soprattutto che per alcuni mesi andrà a vivere con lei mentre fa provini in televisione portandosi dietro un simpatico fidanzato che guarda caso.... Beh mica vi posso raccontare tutto no? Leggetelo! Voto 6,5.

GIORNO DA CANI – A. Gimenez-Bartlett

In molti mi avevano parlato di questa autrice e dei suoi polizieschi e quindi come non cedere al fascino di un'ispettore donna? Impossibile, soprattutto perché quando si comincia a leggere, la simpatia della sua protagonista Petra Delicado, ma soprattutto del suo collaboratore Fermin rende i personaggi irrestibili ed ironici. Originale il contesto, goliardica e sfacciata lei, innamorato e ingenuo lui e per finire il morto, che sebbene non brilli per onestà e rigore suscita comunque un senso di pietà. E il cane più brutto del mondo dove lo mettiamo? E la libraia? E l’istruttrice di cani? Direi che non si puo’ non leggerlo, bisogna sapere come va a finire e vi terrà attaccati fino all’ultima pagina. Voto 8, senza dubbio ne leggero’ altro.

domenica 30 agosto 2009

L’India senza ridere

Fino ad oggi abbiamo riso sull’India e sulle cose che mi sono successe e che ho vissuto, perché lo sappiamo, fa parte del rito e del gioco, ma c’é anche una parte di questa meravigliosa esperienza che voglio condividere con voi e che tanto ridere non fa. Quindici giorni non cambiano la vita, ma a volte fanno cambiare il tuo pensiero, il tuo modo di vedere le cose perché sei li immerso in quella realtà, vivi la loro vita, non vivi la tua o almeno ci provi ed é normale che la tua prospettiva sia diversa, perché é diverso il punto di partenza. E allora provo a raccontarvi l’India attraverso gli occhi dei miei ragazzi.
Penso a Ranjini, che con il suo viso affilato e triste ci chiede come potrebbe ingrassare qualche chilo perché le donne come lei in India non sono troppo apprezzate, che lei ci ha provato a mettere su qualche chilo, ma non ci riesce proprio. Che le diciamo? Che Florence ed io siamo in perenne lotta con la bilancia? Che da dove veniamo noi una modella anoressica é il sogno di ogni ragazzina e pure di qualcuna che tanto ragazzina più non é? Oppure ascolto Jenith Eshuan e il suo sogno di studiare a Cambridge. Lui ha 17 anni e ha dovuto sospendere il college per un po’ perché la sua famiglia ha avuto problemi economici, pero’ quest’autunno ricomincia cosi riesce a rimettersi in pari. Parla un inglese che mi ci vuole un traduttore turco per capirlo eppure la sua curiosità di sapere é evidente, cosa é la crisi economica? E perché le banche sono fallite? Mi spieghi come funziona la borsa? Accidenti, domandine cosi, da risposta davanti ad un tchai... Mi dice che vuole fare l’ingegnere e che un giorno verrà in Italia, perché é una città piena di storia e vuole vedere il Colosseo. E poi c’é Kasturi, che ha 29 anni, la più grande della classe, la più timida, la più silenziosa, eppure é lei l’unica donna tra i primi tre del gruppo al momento dell’esame. Kasturi ha un problema serio, alla sua età non ha un fidanzato e tanto meno un marito, quindi sarà destinata a restare in casa ad occuparsi della famiglia, difficilmente qualcuno la chiederà in sposa. Come glielo dico che non ce l’ho nemmeno io? Certo che se é un problema per lei a 29 a me mi buttano al fiume? Non riesco a farla ridere, lei sai che per me é diverso (lo sarà davvero?). Comunque mi abbraccia e mi da un bacio e mi vengono le lacrime agli occhi, perché in India non si usa baciare le persone e quel gesto difficilmente potro’ dimenticarlo.
Mohamed, pare abbia un nonno francese, eredità del colonialismo. Vuole la cittadinanza francese e arriva con un pacco di documenti alto come un bambino di due anni. Mamma mia, come lo aiutiamo? A momenti non capiamo neppure noi cosa vogliono ed é scritto in francese, figurarsi lui. Lo accompagnamo al consolato. La prova di forza delle persone in divisa: far impazzire chi in divisa non é. Il militare tronfio ci fa fare due code diverse ovviamente inutili, per poi dirci che dobbiamo rivolgerci ad un altro ufficio. Ora ti spezzo un ginocchio imbecille. Alla fine l’unica cosa che riusciamo ad ottenere é un indirizzo di posta elettronica a cui inoltrare le domande ed un sito internet che abbiamo già controllato ed é inutile. Mohamed ha uno zio in Francia, che dovrebbe garantire per lui, che dovrebbe ospitarlo, che dovrebbe aiutarlo a integrarsi. Lo zio non risponde al telefono....
Rathakrisnan. Il più bravo della classe 18/20 il suo punteggio all’esame. Una timidezza imbarazzante. Sa tutto ma non ha neppure il coraggio di alzare la mano per rispondere, scrive sul suo quadernetto in modo ordinatissimo oppure lavora al computer preparando alla perfezione quello che chiediamo. I Dalit oltre agli altri problemi hanno anche questo. Non hanno autostima, la storia ha insegnato loro che sono intoccabili, gli ultimi tra ultimi. Nessun diritto, nessuna richiesta, nessun riconoscimento. Molti dei corsi hanno come obiettivo di sviluppare la fiducia in se stessi. Hai detto niente. Il teatro é uno dei mezzi. Tirare fuori quello che hai dentro, senza vergogna, un’impresa titanica. E noi come li aiutiamo? Impieghiamo un paio di ore a spiegare quanto sia importante sostenere il proprio punto di vista sul lavoro e nella vita, dire quello che si pensa. Cominciare dicendo a noi, che non hanno capito quello che spieghiamo se é il caso e chiederci di ripetere. Ci guardiamo Flo ed io e ci sentiamo Don Chisciotte contro i mulini a vento, una barca di carta in una tempesta. Cos’é arriviamo noi e pensiamo di cambiare il mondo? Beata ingenuità. In ogni caso dal giorno dopo qualche voce ogni tanto si alza timida: Madame, no understand. Almeno é un inizio.
Eppure nonostante tutto, quello che ho vissuto é gioioso e ricco. C’é lo spettacolo teatrale svoltosi per strada, tutti seduti per terra, a cantare, suonare e recitare, decine di bambini che ridono di cuore e fanno a gara per farsi fotografare cantando l’inno indiano. Per la gente del villaggio noi bianche in sahari, per giunta, siamo un evento e si affrettano fuori dalle porte mentre passiamo per poterci dire la sola parola di inglese che conoscono e stringerci la mano. La nonna di un ragazzo ci abbraccia forte e ci dice: “Memory, don’t forget us” dopo che abbiamo mangiato a casa sua piatti preparati apposta per noi, non troppo piccanti.
E poi le ragazze che ci accompagnano a comprare il sahari, esperte come Vogue India su colori e tessuti e che spenderanno poi 25 minuti netti per abbigliarci con le pieghe al posto giusto, orgogliose del risultato e felici che abbia fatto scomparire la frangia che proprio in India di moda non é!
E la cerimonia di consegna dei diplomi, dove sia noi che loro siamo invitati a dire qualche parola sulle due settimane appena trascorse. E allora che Murugan, un altro campione di timidezza, tira fuori un foglietto sgualcito su cui ha scritto in inglese un lungo discorso maccheronico che conservero’ tra le mie cose. E noi siamo commosse di brutto. Florence tira su con il naso ed io nascondo il mio, di naso, dentro alla tazza del the, per non far vedere che ho i lucciconi agli occhi. E poi festa! E hanno un regaletto per noi. Florence due dei inguardabili che riposano seduti su un fiore di loto ed io un’ode all’insegnante scelta personalmente da Jenith iscritta su una placca di vetro! E risate e chiacchere e tante foto e ci prendono per mano, per un ultimo giro in strada.
Oggi sono qui, a Parigi. Penso che quei quindici giorni siano una goccia nell’universo e penso a come poter aggiungere altre gocce. E’ vero. Ognuno ritorna alla propria vita, ma sono sicura io, di non essere più la stessa. Per fortuna.





PS. per rispetto e discrezione, ho scelto di non mettere le foto che si riferiscono ai ragazzi di cui parlo. Sapete che sono nella mia classe, questo é sufficiente. So che capirete.